Ho iniziato La legge di Lidia Poët aspettandomi una serie carina, elegante, con delitti, vestiti belli e una protagonista brillante. E in effetti c’è tutto questo. La serie è proprio bella da guardare. Le stanze, i colori, i dettagli, Torino, i vestiti di Lidia, quel modo un po’ sfacciato di rendere l’Ottocento molto più moderno di quanto dovrebbe essere.
Però dopo poco mi sono accorta che la cosa che mi prendeva davvero non era solo il mistero del caso, né il romance, né l’estetica. Era la rabbia.
Una rabbia abbastanza semplice, anche. Lidia ha studiato, è preparata, capisce la legge, sa leggere le persone, sa fare il suo lavoro. Eppure deve continuare a dimostrare di poter stare lì. Non perché le manchi qualcosa. Perché è una donna.
La serie parte da questo punto, e continua a tornarci in forme diverse. Lidia entra in stanze dove gli altri preferirebbero non vederla. Parla quando dovrebbe stare zitta. Fa domande quando dovrebbe accontentarsi delle risposte già pronte. E ogni volta il suo corpo sembra creare fastidio prima ancora delle sue idee.
Questa cosa mi ha colpita più della trama in sé. Lidia non deve solo vincere i casi. Deve vincere il diritto di essere presa sul serio.
La trama
La legge di Lidia Poët si svolge a Torino, alla fine dell’Ottocento, e parte dalla figura reale di Lidia Poët, considerata la prima avvocata italiana. La serie prende questa storia e la trasforma in qualcosa di molto più romanzesco, con indagini criminali, processi, amori complicati, segreti di famiglia e un’estetica molto contemporanea.
All’inizio Lidia riesce a iscriversi all’Ordine degli Avvocati, ma la sua iscrizione viene annullata. Il problema non è la sua preparazione. Il problema è il suo sesso. Da quel momento, non può esercitare ufficialmente la professione.
Lei però non si ferma. Comincia a lavorare nello studio del fratello Enrico, che è avvocato e che, proprio perché uomo, può occupare senza scandalo lo spazio che a lei viene negato. Lidia entra nei casi da una posizione irregolare, laterale. Non firma, non appare come dovrebbe, non ha il riconoscimento pubblico. Però indaga. Osserva. Interroga. Cerca crepe nelle versioni ufficiali.
Ogni episodio ha un caso criminale. Ci sono omicidi, accuse ingiuste, segreti nascosti dietro facciate rispettabili, famiglie che mentono, uomini potenti che si proteggono, donne che vengono giudicate prima ancora di essere ascoltate. Lidia si muove dentro questi casi con un’intelligenza nervosa, molto fisica. Guarda dove gli altri non guardano. Ascolta chi gli altri liquidano in fretta.
La cosa bella è che i casi non sono mai solo casi. Ogni indagine fa vedere un pezzo del mondo in cui Lidia vive. Un mondo dove la legge può cercare la verità, certo, ma può anche coprire chi ha potere. Un mondo dove la reputazione conta quasi quanto i fatti. Un mondo dove alcune persone vengono credute subito e altre devono gridare per essere ascoltate.
Lidia conosce benissimo questa ingiustizia, perché la vive sulla propria pelle.
Prima stagione
La prima stagione è quella in cui Lidia viene buttata fuori dalla porta e comincia a rientrare dalle finestre.
Mi piace questa energia iniziale. Lei non è ancora del tutto dentro niente. Non è più solo una giovane donna intelligente che ha studiato. Non è ancora riconosciuta come avvocata. Sta in mezzo, e quello spazio scomodo diventa il suo modo di agire.
Lavora con Enrico, ma non si limita a stare dietro di lui. Usa il suo studio, il suo nome, le sue possibilità. A volte sembra quasi che la serie giochi con questa ingiustizia in modo pratico. Il sistema non la lascia entrare, allora lei sfrutta ogni interstizio.
Il rapporto con Enrico mi è sembrato uno dei nuclei migliori. Lui non è semplicemente il fratello buono o il maschio ottuso. È entrambe le cose a momenti alterni, ed è proprio per questo che funziona. Vuole bene a Lidia, ma spesso la vorrebbe più controllabile. La protegge, ma la limita. Si scandalizza, poi la segue. Si irrita, poi capisce. È un rapporto affettuoso, pieno di attrito.
Poi c’è Jacopo. Con lui la serie cambia temperatura. Jacopo porta ironia, desiderio, complicità, ma anche una specie di instabilità. Lui e Lidia si cercano e si respingono con quella dinamica un po’ esasperante di chi si capisce troppo bene e proprio per questo non riesce a stare tranquillo.
Andrea, invece, rappresenta un’altra strada. Una possibilità di andare via, di immaginare una vita altrove, forse più libera. Però Lidia non vuole soltanto scappare. Questa è una cosa che mi piace molto. Lei potrebbe cercare un luogo dove respirare meglio, ma qualcosa in lei vuole restare davanti alla porta chiusa e continuare a forzarla.
La prima stagione vive di questa ostinazione. Ogni caso è una prova. Ogni vittoria è parziale. Anche quando Lidia capisce tutto, resta il fatto che il mondo continua a non volerle concedere il nome di ciò che è.
Seconda stagione
Nella seconda stagione la serie si allarga. Non c’è più solo la battaglia immediata per lavorare nello studio di Enrico o per dimostrare che Lidia è capace. Cominciano a pesare di più la politica, la stampa, gli accordi tra uomini, le relazioni sociali che decidono cosa può essere detto e cosa deve restare nascosto.
Jacopo diventa importante anche per questo. Il suo lavoro di giornalista dialoga molto bene con quello di Lidia. Lei cerca la verità dentro i casi. Lui cerca il modo di farla arrivare fuori, nello spazio pubblico. Entrambi sanno che una verità, da sola, può non bastare. Serve qualcuno che la faccia circolare. Serve una voce. Serve un rischio.
Fourneau cambia ancora l’equilibrio. Con lui la tensione è diversa rispetto a Jacopo. Jacopo è il disordine conosciuto, la complicità che si porta dietro qualcosa di non risolto. Fourneau è più interno alla legge, più stabile, più vicino al riconoscimento istituzionale. E proprio per questo è interessante. Perché il suo sguardo su Lidia sembra aprire una possibilità, ma anche una domanda.
Che tipo di spazio può avere Lidia dentro il sistema, se quello stesso sistema ha sempre provato a ridurla?
La seconda stagione gioca molto con questo. Lidia desidera, si coinvolge, si contraddice. Non è una protagonista messa lì solo per rappresentare una causa. È viva anche perché sbaglia misura, perché si lascia prendere, perché a volte vuole cose che non stanno bene insieme.
E qui il romance funziona meglio quando non diventa risposta. Lidia non cerca qualcuno che la salvi. Cerca di capire se può amare senza essere riorganizzata dalla vita di qualcun altro.
Terza stagione
La terza stagione ha un’aria diversa, più da chiusura. Si sente che la serie sta raccogliendo le linee lasciate aperte. I casi continuano, naturalmente. Ci sono ancora indagini, sospetti, segreti, tensioni. Però tutto sembra più vicino al corpo dei personaggi. Più personale.
Senza entrare troppo nei dettagli, questa stagione porta Lidia a fare i conti non solo con la legge, ma con le conseguenze affettive della sua ostinazione. Le persone intorno a lei non sono più soltanto alleati, ostacoli o interessi amorosi. Sono parte del prezzo di quello che lei sta cercando di diventare.
Il rapporto con Enrico pesa di più, perché ormai non si tratta solo di lavorare insieme o discutere. C’è una storia familiare accumulata, fatta di affetto, stanchezza, incomprensioni, fiducia conquistata lentamente. Jacopo e Fourneau, invece, arrivano al punto in cui non possono più restare soltanto possibilità sospese.
La serie deve scegliere come chiudere la parte sentimentale, ma per fortuna il cuore non diventa l’unica questione. Anche quando il romance prende spazio, la domanda più forte resta un’altra. Che vita può avere Lidia senza tradire la propria fame di libertà?
Ho trovato bella questa idea di finale come movimento, più che come sistemazione. Lidia non è un personaggio nato per stare ferma in una cornice. Anche quando la serie chiude, lei sembra continuare a spingere contro qualcosa.
Lidia e l’amore
I rapporti amorosi di Lidia mi interessano perché non sono mai soltanto romantici. Certo, la serie si diverte molto con gli sguardi, le tensioni, le gelosie, le mezze frasi, i corpi che si avvicinano nel momento sbagliato. A volte anche troppo, ma lo dico con affetto.
Però sotto c’è una questione più seria. Per Lidia, amare non è mai una cosa neutra. Non in quel contesto. Non per una donna che sta cercando di non essere definita dagli altri.
Andrea è la possibilità di fuga. Jacopo è la complicità che torna sempre, anche quando sarebbe più semplice chiuderla. Fourneau è il desiderio dentro il mondo della legge, dentro una forma di riconoscimento più ordinata, forse più sicura.
Mi sembra che ognuno di loro le offra qualcosa, ma anche un rischio. Il rischio di spostare il centro. Il rischio di diventare la donna di qualcuno prima di essere se stessa. Il rischio di confondere l’amore con un destino già scritto.
Lidia non è libera perché non ama. Questa sarebbe una lettura povera. Lidia ama, desidera, si arrabbia, si lascia ferire. La sua libertà sta nel fatto che non vuole consegnarsi interamente a una forma di vita che qualcun altro ha preparato per lei.
E forse è per questo che il matrimonio, nella serie, appare sempre un po’ ambiguo. Può essere promessa, certo. Ma può anche essere un modo elegante di chiudere una porta.
Il corpo fuori posto
Una delle cose che mi sono rimaste di più è il modo in cui Lidia entra negli spazi. Entra sempre un po’ troppo. Troppo decisa, troppo curiosa, troppo visibile, troppo poco disposta a chiedere scusa.
Gli uomini intorno a lei discutono le sue idee, ma prima ancora discutono la sua presenza. È questo il punto. Lidia può essere brillante quanto vuole, può risolvere casi, può dimostrare che aveva ragione. Ma ogni volta deve ricominciare da capo, come se il suo talento non facesse mai davvero precedente.
Questa cosa è stancante anche da guardare. In senso buono. La serie riesce a far sentire quella fatica, anche quando tutto è elegante e pieno di ritmo. Lidia non deve solo lavorare. Deve legittimare il fatto di voler lavorare.
Se insiste, è arrogante. Se seduce, è pericolosa. Se sbaglia, il suo errore diventa una prova contro di lei. Se riesce, la trasformano in eccezione, così la regola può restare al suo posto.
È una dinamica vecchia, ma non abbastanza lontana. Ed è forse per questo che la serie, pur essendo così stilizzata, ogni tanto punge.
Lo stile
La serie non vuole essere una ricostruzione storica discreta. Questo bisogna accettarlo subito. È moderna nel ritmo, nei dialoghi, nei vestiti, nella postura dei personaggi. A volte sembra quasi che l’Ottocento sia lì più come atmosfera che come limite.
A me questa scelta non ha dato fastidio. O meglio, a volte sì, un po’. Ci sono momenti in cui tutto sembra troppo perfetto, troppo fotografato, troppo consapevole del proprio fascino. Però capisco il patto. La legge di Lidia Poët non vuole essere una lezione di storia. Vuole usare una figura storica per costruire una protagonista vicina, magnetica, riconoscibile.
E Matilda De Angelis regge moltissimo. La sua Lidia poteva facilmente diventare una figura troppo brillante, sempre pronta con la risposta giusta. Invece ha nervo. Ha fretta. Ha fame. Sembra sempre sul punto di ridere, esplodere, mentire, baciare qualcuno o rovinare tutto. Questa energia la salva dalla perfezione.
La serie è bella, sì. A volte anche troppo bella. Però quando funziona, quella bellezza non cancella il conflitto. Lo rende più strano. Quasi più irritante. Perché tutto brilla, ma al centro resta una donna a cui viene negato qualcosa di elementare.
Cosa mi è rimasto
Mi è rimasta Lidia che entra. Forse più di Lidia che vince.
Entra in tribunale, nello studio, nelle case degli altri, nei segreti delle famiglie, nelle conversazioni che non erano pensate per lei. Entra e disturba. E questa parola, disturba, mi sembra importante. La sua presenza crea disordine perché mostra che l’ordine precedente era costruito escludendola.
Mi è rimasta anche la sua contraddizione. Vuole giustizia, ma non è sempre limpida. Vuole libertà, ma desidera essere amata. Vuole cambiare le regole, ma spesso deve usare trucchi, scorciatoie, mezze bugie. Mi piace che non sia pulita demais. Una protagonista troppo coerente sarebbe stata meno interessante.
E mi è rimasta quella fatica continua di dover trasformare la propria competenza in prova. Lidia sa fare il suo lavoro. Lo sappiamo noi, lo sanno anche molti personaggi intorno a lei. Ma saperlo non basta. Il riconoscimento arriva tardi, arriva storto, arriva sempre dopo una resistenza.
Questa è una cosa che la serie racconta bene. Il talento non protegge automaticamente dall’esclusione. A volte lo rende solo più evidente.
Cosa mi ha convinta meno
A volte la serie si piace molto. Troppo, forse. Alcune scene sembrano costruite per essere memorabili ancora prima di essere necessarie. Il vestito, la luce, la battuta, lo sguardo, la musica. Tutto funziona, ma ogni tanto si sente il meccanismo.
Avrei voluto, in certi momenti, più spazio per il silenzio. Più conseguenze. Più peso. La serie corre, seduce, cambia tono, passa dal caso al romance, dal dramma alla battuta. È piacevole, ma qualche volta mi è sembrato che il dolore della protagonista venisse assorbito troppo in fretta dalla macchina narrativa.
Poi però penso che forse questa è anche la sua natura. La legge di Lidia Poët non vuole essere austera. Vuole essere pop, brillante, romantica, investigativa, un po’ sfacciata. E allora il punto non è chiederle di diventare un’altra serie. Il punto è vedere quando questa leggerezza apre qualcosa e quando invece copre troppo.
Per me, apre abbastanza spesso.
La mia esperienza
Ho guardato La legge di Lidia Poët con piacere, e anche con una certa irritazione. Piacere perché la serie ha ritmo, fascino, personaggi che funzionano, una protagonista che prende spazio senza chiedere permesso. Irritazione perché gli ostacoli che Lidia incontra sono assurdi, e allo stesso tempo non sembrano così estranei.
È questo che mi ha presa. La serie parla di una donna dell’Ottocento, ma la dinamica del sospetto intorno a lei ha qualcosa di molto riconoscibile. La donna competente che deve essere impeccabile. La donna ambiziosa che diventa subito eccessiva. La donna che desidera e per questo viene guardata come se il desiderio togliesse valore alla sua intelligenza.
Lidia non chiede di essere perfetta. Vuole poter lavorare, pensare, amare, sbagliare, arrabbiarsi, tornare indietro, ricominciare. Vuole avere una vita intera, non una versione accettabile di sé.
Forse è per questo che mi è rimasta addosso. Non tanto per la fedeltà storica, che non è davvero il cuore della serie. Mi è rimasta per il modo in cui trasforma una battaglia giuridica in una presenza fisica. Lidia entra, parla, insiste. E ogni volta che qualcuno prova a rimetterla al suo posto, quel posto sembra più piccolo, più ridicolo, meno difendibile.
La consiglierei
Sì, soprattutto a chi ama le serie storiche non troppo storiche, i legal drama con casi da seguire, le protagoniste difficili da addomesticare e i romance che complicano invece di risolvere.
Non la consiglierei come lezione precisa sulla Lidia Poët reale. La serie prende molte libertà, e si vede. La consiglierei piuttosto come una fantasia storica intelligente, molto costruita, molto contemporanea, che usa il passato per parlare di spazio, riconoscimento, desiderio e potere.
E la consiglierei anche per il piacere. Perché sì, il tema è serio, ma la serie non rinuncia mai al gusto del racconto. Vuole far pensare, ma vuole anche far venire voglia di guardare un altro episodio. E questa non mi sembra una colpa.
Alla fine, La legge di Lidia Poët mi è sembrata questo. Una serie elegante e imperfetta, piena di fascino, a volte troppo levigata, ma attraversata da una protagonista che continua a spingere. Non sempre con grazia. Non sempre con coerenza. Però con una fame di mondo che, almeno per me, vale molto.





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