Ho iniziato La mia prediletta è una serie breve, intensa, di quelle che sembrano partire come un thriller abbastanza classico e poi piano piano diventano qualcosa di più scomodo. E devo dire che la serie mi ha preso subito. Guardandola mi sono trovata spesso a pensare “ok, qui c’è qualcosa che non torna”. E la cosa bella è che questa sensazione non passa quasi mai.
La trama
La storia comincia con una donna che riesce a fuggire da una situazione di prigionia insieme a una bambina. Da quel momento, la polizia collega il caso a una sparizione avvenuta molti anni prima, una sparizione che ha lasciato una famiglia distrutta e una ferita ancora aperta.
La serie costruisce tutto a frammenti. Ti dà un pezzo, poi un altro, poi ti fa dubitare del pezzo precedente. Io ci ho messo un po’ a capire bene dove volesse andare, anche perché per gran parte del tempo ho sospettato praticamente di tutti.
E questo secondo me funziona perché la serie ti mette dentro uno stato mentale instabile. Nessuno sembra completamente leggibile, ogni sguardo sembra nascondere qualcosa, anche chi soffre può risultare ambiguo.
La regia e quell’atmosfera fredda
Una delle cose più forti è l’atmosfera, tutto è molto controllato, molto freddo, molto silenzioso. La regia non spinge troppo sul melodramma e non cerca sempre l’effetto scioccante, anzi, spesso lascia che siano i dettagli a fare male.
Gli spazi sono importanti. La casa, l’ospedale, gli ambienti familiari, tutto sembra normale e insieme disturbante. C’è una pulizia visiva che inquieta, come se l’ordine fosse parte del problema.
Una serie sul controllo
Secondo me La mia prediletta funziona perché parla di violenza senza ridurla alla violenza fisica. Qui il controllo passa dalle regole, dagli orari, dal linguaggio, dalla paura, dalla dipendenza. È una serie che mette in crisi l’idea della famiglia come luogo automaticamente sicuro. La casa, che dovrebbe essere protezione, diventa anche uno spazio di sorveglianza. La routine, che normalmente dà stabilità, diventa una forma di prigionia.
E questa è forse la parte più inquietante. Il male non viene rappresentato come qualcosa di lontano, spettacolare, quasi irreale. Si nasconde dentro gesti domestici, dentro parole apparentemente normali, dentro una struttura familiare completamente distorta.
Hannah
Hannah è stata, per me, la figura più magnetica della serie. Ogni scena con lei mi ha presa. È intelligente, lucida, quasi troppo matura. Però la sua maturità non ha niente di sereno. È una maturità nata dal trauma, dall’adattamento, dalla necessità di capire subito cosa fare per sopravvivere.
Mi ha fatto paura e pena allo stesso tempo. Perché da una parte sembra controllare tutto, dall’altra si capisce che ha imparato il mondo attraverso una logica terribile. Il conosciuto, per lei, ha un peso enorme. Anche quando fa male, anche quando è una gabbia.
Questa cosa mi ha colpita molto. A volte noi pensiamo alla libertà come a una cosa ovvia, naturale. Ma per chi è cresciuto dentro una realtà deformata, il mondo fuori può sembrare caotico, incomprensibile, persino più minaccioso.
Jonathan
Jonathan mi ha fatto una pena diversa. Lui sembra meno capace di trasformare il trauma in strategia. Hannah osserva, calcola, risponde. Jonathan sembra più fragile, più esposto, come se il dolore gli fosse rimasto addosso in modo più visibile.
Ho avuto la sensazione che lui potesse forse riavvicinarsi più facilmente a una vita normale, ma dire “vita normale” in una storia così è sempre complicato. Sono bambini traumatizzati. Nessuno esce davvero intero da una cosa del genere.
E la serie, almeno nei suoi momenti migliori, questa cosa la capisce.
Cosa mi è piaciuto
Mi è piaciuta la tensione psicologica. Mi è piaciuto il modo in cui la serie ti porta a dubitare di tutti. Mi è piaciuta moltissimo Hannah, scritta e interpretata con una precisione impressionante.
Ho apprezzato anche il fatto che la serie non abbia bisogno di mostrare tutto. Spesso suggerisce, lascia zone d’ombra e questo rende alcune scene ancora più pesanti.
Cosa mi ha convinta meno
In alcuni momenti ho avuto l’impressione che la serie calcasse un po’ troppo sulla confusione. Capisco la scelta, perché il thriller vive anche di sospetto, però a tratti sembra quasi che il roteiro voglia farci dubitare di ogni singola persona solo per mantenere alta la tensione.
Avrei voluto anche un po’ più di tempo dopo certe rivelazioni. La parte psicologica è così interessante che mi sarebbe piaciuto restare di più con i personaggi dopo il crollo della verità. Vedere meglio cosa resta, cosa cambia, cosa non cambia affatto.
La mia esperienza guardandola
Io l’ho vista sempre con quella sensazione di voler decifrare tutto. Guardavo una scena e pensavo di aver capito, poi arrivava un dettaglio e rimetteva tutto in discussione.
Questa ambiguità mi è sembrata una delle cose più interessanti. La serie non divide tutto in modo facile. Ci sono vittime che fanno paura, persone distrutte che diventano invadenti, bambini che sembrano adulti, adulti che non sanno più proteggere nessuno.
A chi la consiglio
La consiglio a chi ama i thriller psicologici, le serie brevi, le storie cupe e i personaggi ambigui. Non è una serie leggera. Non è nemmeno una serie da guardare distrattamente mentre si fa altro.
Funziona per chi ama le atmosfere fredde, il mistero costruito piano, le storie che parlano di trauma senza trasformarlo solo in spettacolo.
Per me La mia prediletta è stata una serie molto forte. Mi ha preso tanto, soprattutto per Hannah, per Jonathan e per quella sensazione terribile che a volte il conosciuto possa sembrare più sicuro della libertà. Anche quando il conosciuto è proprio ciò da cui bisognerebbe scappare.





Lascia un commento