Se non avete visto il primo film, forse è meglio fermarsi qui. Questa non è una recensione piena di spoiler, ma parte comunque da quello che succede dopo quella notte, quindi qualcosa inevitabilmente viene detto.

Prima di leggere questa, potete recuperare la mia recensione del primo film cliccando qui.

Quando ho visto che era arrivato su Disney Plus, l’ho aperto quasi subito. Non ci ho pensato troppo. Il primo mi era rimasto addosso abbastanza da farmi venire voglia di tornare in quel mondo, anche solo per capire cosa potesse ancora succedere a Grace dopo una notte del genere.

E in effetti il film parte proprio da lì, da quella sensazione un po’ assurda che la storia dovesse essere finita e invece no. Grace è sopravvissuta alla famiglia Le Domas, alla villa, al rituale, al matrimonio, al sangue. Aveva già attraversato abbastanza orrore per meritarsi almeno una doccia, un letto, forse una settimana di silenzio. Invece scopre che quello che ha vissuto non era un episodio isolato.

Questa è la cosa più evidente del secondo film. Il primo sembrava chiuso dentro una casa, dentro una famiglia, dentro una tradizione marcia. Il secondo allarga il campo. Non c’è più solo una famiglia ricca che protegge il proprio privilegio attraverso un rito. Ci sono altre famiglie, altre regole, altri interessi. Il gioco diventa più grande, più rumoroso, più ambizioso.

La trama

Grace viene trascinata di nuovo dentro il mondo da cui pensava di essere uscita. Dopo essere sopravvissuta ai Le Domas, capisce che quella famiglia faceva parte di qualcosa di più ampio, una rete di potere costruita su patti, eredità, rituali e silenzi.

Questa volta Grace non deve solo sopravvivere per se stessa. Accanto a lei c’è Faith, sua sorella, e questo cambia molto il peso della storia. Non è più soltanto una sposa intrappolata in una famiglia che la vuole sacrificare. È una donna che deve proteggere qualcuno mentre cerca ancora di capire cosa le sia rimasto dopo la notte precedente.

Il nuovo gioco ha a che fare con il controllo, con la successione, con il bisogno quasi ridicolo che queste famiglie hanno di conservare il proprio posto nel mondo. Grace diventa di nuovo un bersaglio, ma anche qualcosa di più scomodo. La prova vivente che una regola può saltare, che un rito può fallire, che anche una tradizione costruita per sembrare eterna può iniziare a creparsi.

La continuità con il primo

La cosa che funziona subito è il modo in cui il film riprende Grace. Non prova a far finta che la prima notte sia stata solo una premessa divertente da superare. Grace porta addosso quello che è successo. È stanca, ferita, sporca dentro e fuori. C’è ancora quella sua energia nervosa, quella capacità di reagire anche quando tutto è assurdo, però è meno aperta, meno disponibile, meno disposta a concedere fiducia.

E mi piace che il film non cancelli la Grace del primo. Non diventa semplicemente un’eroina d’azione perfetta. È più dura, certo, ma continua a essere una persona trascinata in qualcosa che non ha scelto. La sua forza resta una forma di sopravvivenza, non una posa.

Il primo film lavorava molto sul matrimonio come ingresso in una famiglia e in una classe sociale. Qui quell’idea si espande. Il matrimonio era una porta. Dietro quella porta non c’era solo una villa, c’era un sistema intero. Il secondo film rende più esplicito quello che nel primo era già presente, cioè che il privilegio non vive mai da solo. Ha reti, alleanze, rituali, eredi, burocrati, persone pronte a sorridere mentre fanno cose orribili.

Le nuove famiglie

Il rischio del secondo film era abbastanza chiaro. Allargare troppo il mondo poteva togliere forza alla semplicità del primo. E un po’ succede. Nel primo bastava quella casa. Bastava guardare i Le Domas muoversi dentro le stanze, con le loro armi antiche e la loro incapacità di ammettere di essere patetici. Qui invece arrivano altre famiglie, altri nomi, altre rivalità, e il film diventa più affollato.

Però questa espansione ha anche qualcosa di divertente. I ricchi satanisti non sono più solo una famiglia disfunzionale. Diventano quasi una classe dirigente grottesca, un gruppo di persone che ha trasformato la violenza in procedura e il potere in gioco ereditario. È tutto più grande, più esplicito, a tratti anche più scemo nel senso buono.

I Danforth funzionano bene come immagine di questo potere vecchio e decadente. Sembrano usciti da un incubo aristocratico in cui tutti parlano di regole, successione, dovere e tradizione, mentre intanto si tradiscono con una naturalezza imbarazzante. C’è qualcosa di molto coerente in questo. Nel mondo di Ready or Not, la famiglia è sempre un luogo sacro solo finché serve a conservare il potere. Appena il potere cambia direzione, quel legame diventa molto più fragile di quanto tutti fingano.

Faith

L’ingresso di Faith è una delle scelte più importanti del film. All’inizio avevo paura che fosse solo un modo per dare a Grace qualcuno da salvare, una funzione narrativa abbastanza comoda. In parte lo è, ma non solo.

Faith porta dentro la storia un passato di Grace che nel primo film era appena intuibile. Ci ricorda che Grace non è nata quella notte, non esiste solo come sposa tradita e sopravvissuta. Ha già avuto perdite, abbandoni, colpe, legami rotti. Il rapporto tra le due sorelle dà al film un centro emotivo diverso da quello del primo.

Nel primo, il tradimento principale era quello romantico. Grace credeva in un uomo, in una promessa, in un possibile ingresso in una famiglia. Qui il rapporto più importante è fraterno. Non c’è più l’illusione romantica da distruggere. C’è qualcosa di più antico e più complicato, una sorella da ritrovare mentre tutto intorno continua a volerle trasformare in pedine.

Mi è piaciuto questo spostamento. Fa bene al personaggio di Grace, perché le dà qualcosa da proteggere che non sia solo la propria vita. E allo stesso tempo non rende la situazione più tenera. Anzi, la rende più dolorosa. Sopravvivere da sola era già terribile. Sopravvivere dovendo impedire che il mondo ti porti via anche l’unica persona rimasta è un altro tipo di fatica.

Il tono

Il secondo film è più rumoroso del primo. Più grande, più esplicito, più disposto a spingere sul caos. A tratti sembra quasi meno interessato alla suspense e più al piacere della carneficina organizzata male. C’è più azione, più mitologia, più gente che entra ed esce dalla storia.

Questo può piacere o infastidire. A me ha divertita, anche se ogni tanto ho sentito la mancanza della precisione del primo. Finché morte non ci separi aveva una struttura semplicissima e proprio per questo funzionava benissimo. Una notte, una villa, una sposa, una famiglia. Il secondo deve spiegare di più, muovere più personaggi, inventare una posta in gioco più alta.

La satira rimane, ma è meno sottile. Non che il primo fosse sottile in modo discreto, sia chiaro. Però lì la cattiveria stava molto nei gesti, nell’imbarazzo, nella famiglia che cercava di restare elegante mentre faceva cose mostruose. Qui il bersaglio è più dichiarato. Il privilegio non è più solo una villa piena di ritratti, è un sistema, una gerarchia, una struttura che vuole continuare a esistere.

Eppure, anche così, il film conserva qualcosa di molto piacevole. Forse perché non si prende mai davvero sul serio fino in fondo. Sa di essere assurdo. Sa che l’idea di famiglie miliardarie che trasformano tutto in rito, gara e successione è ridicola. E ci resta dentro con una certa allegria cattiva.

Grace di nuovo

Samara Weaving continua a essere il motivo principale per cui tutto regge. C’è qualcosa nel suo modo di stare dentro il caos che rende Grace credibile anche quando la storia diventa sempre più folle.

Mi piace il fatto che Grace sembri sempre a un passo dal crollo. Non è invulnerabile, non è pulita, non è costruita per essere ammirata da lontano. È esausta. A volte sembra arrabbiata in modo quasi infantile, a volte sembra solo voler respirare, a volte sembra capace di fare qualunque cosa pur di non tornare a essere una vittima.

Nel primo film, il suo abito da sposa distrutto raccontava tutta la trasformazione del personaggio. Qui quell’immagine ormai appartiene quasi al mito personale di Grace. Lei entra nel secondo film già come sopravvissuta, già come leggenda involontaria dentro il mondo che la vuole morta. E questo è interessante, perché Grace non sembra mai desiderare quel ruolo. Non vuole essere simbolo, premio, chiave, regina o vendicatrice. Vuole solo uscire viva e portare sua sorella con sé.

La parte più debole

Quello che mi ha convinta meno è proprio la grandezza del nuovo mondo. Capisco perché il film abbia scelto di allargare la mitologia. Dopo il primo, rifare semplicemente un’altra notte in un’altra villa sarebbe stato pigro. Però c’è qualcosa che si perde quando il male diventa troppo organizzato, troppo spiegato, troppo esteso.

Nel primo, la famiglia Le Domas faceva paura anche perché sembrava chiusa nella propria assurdità. Erano ridicoli e terrificanti perché credevano a quella cosa con un misto di fede, paura e convenienza. Qui, con il Consiglio e le altre famiglie, l’idea diventa più spettacolare, ma anche un po’ meno intima.

Avrei voluto più tempo per respirare dentro alcune dinamiche. Alcuni personaggi sembrano molto promettenti, poi restano più figure che persone. Funzionano come presenze grottesche, come pezzi di un mondo corrotto, ma non sempre hanno abbastanza spazio per diventare davvero memorabili.

Forse era inevitabile. Il secondo film vuole correre. Vuole essere più veloce, più sanguinoso, più grande. Però ogni tanto mi è mancata quella sensazione del primo, quella di osservare una famiglia specifica che si sgretola dall’interno mentre cerca ancora di sembrare rispettabile.

La mia esperienza

Mi sono divertita. Forse non nello stesso modo del primo, e forse nemmeno con la stessa sorpresa. Il primo aveva dalla sua il piacere della scoperta. Non sapevo esattamente dove sarebbe andato, non sapevo quanto sarebbe diventato cattivo, non sapevo se avrebbe davvero portato fino in fondo la propria premessa.

Il secondo invece arriva già con un’eredità. Deve essere più grande, deve giustificare il ritorno, deve trovare un nuovo gioco senza tradire troppo il vecchio. Non sempre ci riesce con la stessa eleganza, però ha energia. Ha Grace. Ha una cattiveria divertita. Ha quel gusto per il grottesco che rende tutto molto facile da guardare, anche quando la storia diventa un po’ troppo piena.

La cosa che mi è rimasta più addosso è il modo in cui il film trasforma la sopravvivenza di Grace in un problema per i potenti. Lei non è pericolosa perché vuole distruggere il sistema. All’inizio, probabilmente, vorrebbe solo esserne lasciata fuori. Ma il fatto stesso che sia sopravvissuta rompe qualcosa. Dimostra che il rito può fallire, che la famiglia può cadere, che la tradizione non è invincibile.

E allora devono cacciarla. Non solo per vincere qualcosa. Devono cacciarla perché Grace è la prova vivente che il loro mondo non è eterno.

A chi lo consiglierei

Lo consiglierei a chi ha amato il primo e ha voglia di rivedere Grace dentro un incubo ancora più grande, più caotico e più sfacciato.

Lo consiglierei anche a chi ama gli horror con una parte comica evidente, sangue abbondante, famiglie ricche moralmente decomposte e una protagonista che continua a sopravvivere anche quando tutti sembrano aver già deciso il suo destino.

Non lo consiglierei a chi cerca la stessa precisione del primo. Questo secondo film è più disordinato, più carico, meno elegante nella sua cattiveria. Però resta divertente, e soprattutto resta legato a una cosa che per me funzionava già molto bene, cioè l’idea del privilegio come rituale, come teatro, come violenza vestita bene.

Io l’ho visto appena l’ho trovato su Disney Plus, un po’ per curiosità e un po’ perché Grace meritava un seguito. Alla fine sono contenta di averlo fatto. Non mi ha colpita quanto il primo, ma mi ha dato abbastanza per restare lì, guardarlo fino in fondo e pensare ancora una volta quanto possano essere ridicole e terrificanti le famiglie quando trasformano il potere in tradizione.

Una risposta a “Finché morte non ci separi 2”

  1. Devo abbonarmi a Disney Plus! 😅

    Piace a 1 persona

Lascia un commento

In voga