Ho comprato Salta, Bart! per mio figlio dopo averne sentito parlare bene. Mi interessava soprattutto perché cercavo un libro che potesse aprire una conversazione sulla tecnologia, su come viviamo oggi, su quanto gli schermi entrino nelle nostre case, nei nostri affetti, perfino nel modo in cui stiamo con i bambini.

Poi, naturalmente, l’ho letto prima io per curiosità, per capire se fosse davvero adatto a lui e perché quando un libro per ragazzi promette di parlare del presente senza fare la predica, mi viene voglia di vedere come ci riesce.

E devo dire che Salta, Bart! mi ha preso più di quanto mi aspettassi.

Di cosa parla

Il protagonista è Bart, un bambino di dieci anni che vive in un futuro molto vicino al nostro. La sua casa è piena di tecnologia, tutto funziona, tutto è regolato, tutto sembra comodo e intelligente. I genitori però sono quasi sempre assenti, occupati dal lavoro, dai viaggi, dagli impegni. Bart li vede spesso attraverso uno schermo, come se la presenza potesse essere sostituita da una buona connessione.

La sua compagnia più vera è Kapok, il suo orsetto di peluche. E questa cosa, che detta così potrebbe sembrare tenera e basta, nel libro diventa quasi dolorosa perché Bart è un bambino circondato da strumenti, ma povero di relazioni. Ha oggetti, ha sicurezza, ha una routine, ma quello che gli manca è qualcuno che stia lì davvero.

A un certo punto entra in scena una gallina in fuga, e da lì la storia si apre all’avventura, al fantastico, al viaggio. Il romanzo cambia ritmo, Bart esce dal suo mondo chiuso e comincia a incontrare qualcosa che non si può programmare: il rischio, l’amicizia, la paura, la libertà, la natura, l’imprevisto.

Perché mi interessava

Io non volevo un libro che dicesse semplicemente che la tecnologia fa male. Sarebbe troppo facile, e anche un po’ falso. Volevo qualcosa che aiutasse a parlare del modo in cui la usiamo, del tempo che ci prende, delle relazioni che a volte impoverisce, della tentazione di sostituire la presenza con l’organizzazione.

Salta, Bart! funziona proprio perché parte da una domanda concreta: Che cosa succede a un bambino quando tutto intorno a lui è efficiente, ma nessuno ha davvero tempo per lui?

Ecco, questa domanda mi sembra molto attuale. Anche fastidiosa, se devo essere sincera.

Il contesto del libro

Susanna Tamaro pubblica Salta, Bart! nel 2014, in un momento in cui smartphone, social network, automazione domestica e iperconnessione stanno già cambiando in modo profondo la vita quotidiana. Letto oggi, il libro sembra ancora più riconoscibile.

La cosa interessante è che Tamaro non immagina un futuro lontanissimo, freddo e irraggiungibile. Immagina una versione appena esasperata del nostro presente, con una casa super tecnologica, genitori presi dal lavoro ed una vita piena di strumenti pensati per semplificare tutto. Solo che, dentro questa semplificazione, il bambino resta solo.

C’è anche una critica al consumismo, ma passa attraverso la storia più che attraverso un discorso teorico, Bart ha tante cose, ma gli manca l’essenziale. Il libro ci mette davanti a una verità molto semplice, che non basta dare ai bambini comfort, attività, dispositivi e protezione. Serve presenza. Serve tempo. Serve un adulto che ascolti senza guardare altrove.

Il genere e il movimento letterario

Salta, Bart! sta dentro la letteratura contemporanea per ragazzi, ma mescola diversi registri. C’è la fiaba moderna, c’è il romanzo di formazione, c’è una distopia leggera, c’è anche una sensibilità ecologica molto forte.

La parte distopica non è cupa nel senso classico, non siamo davanti a un mondo distrutto, a una dittatura o a una catastrofe spettacolare. La distopia qui è domestica, è nella casa perfetta, nella routine troppo controllata, nella solitudine resa normale.

Poi arriva il fantastico, e il fantastico diventa una via di uscita. Bart ha bisogno di saltare fuori da un ambiente che lo protegge e insieme lo imprigiona. In questo senso il titolo è molto bello, saltare significa rischiare, muoversi, uscire dall’immobilità. Significa anche fidarsi di qualcosa che non si può controllare del tutto.

La mia esperienza di lettura

Leggendolo, mi sono ritrovata a pensare più volte a mio figlio. A quanto sia difficile, oggi, educare alla tecnologia senza cadere nel panico o nel controllo totale. A quanto sia facile dire ai bambini di staccarsi dagli schermi, mentre noi adulti siamo i primi a vivere con il telefono sempre accanto.

Salta, Bart! mi ha fatto venire voglia di parlare con lui non solo di videogiochi o tempo davanti allo schermo, ma di presenza. Di che cosa vuol dire stare insieme, di quando la tecnologia ci aiuta e di quando invece ci porta via da noi stessi e dagli altri.

Forse è questo che cerco nei libri per ragazzi. Storie che non servano solo a intrattenere, ma che aprano una conversazione. Senza moralismo pesante, senza paura del mondo, senza trattare i bambini come piccoli adulti o come creature fragili da tenere sotto vetro.

Io l’ho comprato per mio figlio, ma sono contenta di averlo letto prima. Adesso ho più domande da portargli. E forse è proprio da lì che una buona lettura comincia.

Una risposta a “Salta, Bart!”

  1. Devo dire che quando ho letto “Bart”, ho pensato a qualcun altro … anche se il nome del famoso primogenito Simpson è l’anagramma di “Brat” (monello).
    Questo libro mi sembra molto interessante per i motivi che hai elencato. Certo, la tecnologia è dappertutto e non si può eliminarla delle nostre vite, però limitarne l’uso con la ragione, sì.
    Bel post!

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