Entrare in Il romanzo delle mie delusioni. Racconto piuttosto lungo dopo Storie della storia del mondo mi ha dato la sensazione di passare da una narrazione che avvicina il mito con fiducia a una che guarda le fiabe con un sorriso molto più storto. Prima c’erano le grandi storie antiche, raccontate come qualcosa che può ancora circolare, passare da una voce all’altra, aprire domande. Qui il mondo delle fiabe resta al centro, ma sembra aver perso l’aria solenne delle promesse intatte. Le meraviglie ci sono ancora, solo che appaiono consumate, adattate, un po’ ridicole, come se anche loro avessero dovuto fare i conti con la realtà.

E questa, per me, è stata la cosa più divertente e più interessante del libro. Sergio Tofano non distrugge le fiabe, non le guarda dall’alto, non le tratta come illusioni infantili da superare in fretta. Le prende sul serio proprio mentre le capovolge. Le porta dentro un mondo pieno di compromessi, stanchezze, piccoli fallimenti, desideri ridimensionati. E così la delusione non diventa solo perdita di incanto, ma anche un modo diverso di leggere ciò che l’incanto nascondeva.

Contesto

Il romanzo delle mie delusioni appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli nel 1917 e viene poi pubblicato in volume da Mondadori nel 1925. Più tardi sarà ripreso da Einaudi nel 1977 e da La Nuova Frontiera Junior nel 2018, segno che questo racconto un po’ strano ha continuato a trovare lettrici e lettori anche molto dopo il suo primo momento editoriale. Tofano, che firma spesso come Sto, è legato anche alla figura del signor Bonaventura, comparsa proprio sul Corriere dei Piccoli nel 1917, e questo aiuta a capire il suo modo di lavorare tra parola, immagine, teatro, fumetto, ritmo comico e invenzione visiva.

Siamo ormai in un passaggio diverso rispetto ai libri precedenti. Dopo la voce diaristica di Gian Burrasca, dopo l’intimità educativa di Laura Orvieto, qui si entra in una zona più teatrale, più paradossale, dove la letteratura per l’infanzia sembra divertirsi a osservare se stessa. Le fiabe non vengono semplicemente raccontate di nuovo. Vengono attraversate come un repertorio condiviso, pieno di figure che chi legge riconosce già, Cappuccetto Rosso, Pollicino, Barbablù, la Bella Addormentata, gli orchi, le fate, i personaggi che sembrano arrivare da un immaginario comune e insieme da un palcoscenico un po’ impolverato.

Mi sembra importante questo gesto. Tofano lavora con una tradizione molto conosciuta, ma non la tratta come un monumento da conservare senza toccarlo. La mette in movimento, la ridicolizza con affetto, la fa inciampare nel presente. In questo senso il libro ha qualcosa di molto moderno, perché mostra che le storie ereditate non restano vive perché vengono protette da ogni trasformazione, ma perché possono essere rilette, deformate, discusse, rese di nuovo disponibili.

Trama

Il protagonista è Benvenuto, un ragazzino bocciato più volte agli esami di licenza elementare, che viene affidato a un precettore decisamente fuori norma, Palmiro Mezzanella. Invece di insistere sulle materie scolastiche tradizionali, il precettore lo incanta con il mondo delle fiabe, fino a fargli credere che quelle storie siano in qualche modo più vere della realtà quotidiana. A un certo punto Benvenuto si impossessa di scarpe simili a quelle di Pollicino e parte alla ricerca di quel mondo favoloso che gli era stato promesso.

Solo che il viaggio non conferma le sue aspettative. Di incontro in incontro, Benvenuto scopre un universo fiabesco capovolto, dove i personaggi hanno perso l’aura perfetta che possedevano nei racconti. Gli orchi possono essere vegetariani, Barbablù può diventare una figura quasi burocratica o commerciale, la Bella Addormentata può soffrire d’insonnia. Tutto quello che sembrava assoluto, terribile o meraviglioso si abbassa di tono, si adatta a una quotidianità assurda, e proprio in questo abbassamento nasce la comicità del libro.

Quello che mi ha colpita è che Benvenuto non entra nel mondo delle fiabe per liberarsi semplicemente dalla realtà. Ci entra perché ha creduto in una promessa, e il libro segue il momento in cui quella promessa comincia a sfilacciarsi. La delusione, allora, non è soltanto la scoperta che le fiabe non sono come le immaginava. È anche il contatto con un mondo in cui ogni ideale, ogni ruolo, ogni figura famosa sembra aver dovuto negoziare con il tempo, con il ridicolo, con le necessità più banali.

Movimento

Dopo Storie della storia del mondo, il cambiamento è molto netto. In Laura Orvieto il racconto antico veniva avvicinato senza perdere del tutto la sua grandezza. Qui invece la tradizione viene avvicinata attraverso il paradosso, e la grandezza si lascia attraversare da qualcosa di più comico, più fragile, più quotidiano.

Mi è sembrato un passaggio molto interessante nella storia della letteratura per l’infanzia. Il libro non chiede alla bambina o al bambino di credere ingenuamente alle fiabe, ma nemmeno di abbandonarle come se fossero soltanto menzogne. Propone un rapporto più libero con l’immaginario. Le storie possono essere amate e insieme messe in discussione, possono far ridere proprio perché sono conosciute, possono essere smontate senza perdere completamente la loro forza.

C’è anche un’idea di educazione molto diversa da quella scolastica più tradizionale. Benvenuto parte da un fallimento istituzionale, le bocciature, l’incapacità di stare dentro il percorso previsto, la difficoltà di corrispondere a un modello. E il libro non trasforma questo fallimento in una semplice colpa individuale. Lo usa come punto di partenza per una formazione laterale, piena di errori, illusioni, incontri sbagliati, scoperte un po’ amare.

Questa cosa mi sembra importante anche oggi. Crescere non passa sempre attraverso una linea ordinata, non sempre coincide con l’obbedienza ai passaggi stabiliti. A volte passa proprio attraverso la frizione tra ciò che ci è stato promesso e ciò che incontriamo davvero. Tofano racconta questa frizione con leggerezza, ma dentro quella leggerezza c’è una piccola critica alle pedagogie troppo sicure di sé, a quelle che pensano di sapere in anticipo che cosa una bambina o un bambino debba diventare.

Stile

Lo stile ha una qualità molto teatrale. Si sente il gusto della scena, dell’apparizione improvvisa, della battuta, del personaggio che entra quasi già disegnato. Non è una scrittura che cerca la profondità psicologica nel senso più tradizionale. Preferisce il movimento, il paradosso, la trovata, il ritmo rapido dell’invenzione.

Ho trovato molto bella questa leggerezza intelligente. Tofano non appesantisce il gioco con troppe spiegazioni, ma lascia che siano le situazioni a mostrare il capovolgimento. La fiaba diventa quasi una macchina comica. Prende un elemento riconoscibile, lo sposta appena, lo mette in un contesto inatteso, e subito quel mondo che credevamo stabile comincia a sembrare più fragile, più umano, più buffo.

Anche il sottotitolo, Racconto piuttosto lungo, ha già qualcosa di ironico. Dopo una parola così impegnativa come romanzo, arriva questa specie di abbassamento del tono, come se Tofano sorridesse del proprio titolo prima ancora di cominciare. È un piccolo segnale, ma dice molto del libro. Niente qui resta troppo solenne a lungo.

Cosa mi è rimasto

Mi è rimasta soprattutto questa idea della delusione come forma di conoscenza. Benvenuto parte cercando la meraviglia e trova un mondo che la meraviglia l’ha consumata, deformata, adattata. All’inizio può sembrare solo una perdita, ma andando avanti ho avuto la sensazione che il libro stia facendo qualcosa di più sottile. Sta insegnando a guardare le storie senza ingenuità e senza cinismo.

E mi è rimasto anche il modo in cui Tofano tratta le fiabe come materiali vivi. Non le mette sotto vetro, non le protegge dalla risata. Le lascia circolare dentro il comico, dentro il ridicolo, dentro l’assurdo. Questo le rende meno intoccabili, ma anche più accessibili. Come se una tradizione, per restare davvero di tutte e di tutti, dovesse sopportare anche di essere presa in giro.

Cosa mi ha convinta meno

A tratti il gioco del capovolgimento può sembrare più forte della costruzione complessiva. Alcuni episodi funzionano quasi come trovate autonome, molto brillanti, ma non sempre capaci di lasciare un segno profondo. Si sente che il piacere del libro sta spesso nell’invenzione singola, nell’apparizione buffa, nel rovesciamento improvviso.

Però andando avanti mi sono accorta che questa forma frammentaria appartiene proprio al suo modo di respirare. Il viaggio di Benvenuto non deve costruire una grande architettura compatta. Deve produrre urti, sorprese, piccole cadute dell’immaginario. Ogni delusione aggiunge un tassello, e il senso nasce dall’accumulo più che da una progressione perfettamente ordinata.

La mia esperienza

Leggere Il romanzo delle mie delusioni dopo Storie della storia del mondo mi ha fatto pensare a due modi molto diversi di consegnare le storie ai bambini. Orvieto avvicina il mito attraverso una voce che accompagna, Tofano prende il patrimonio fiabesco e lo fa inciampare. In entrambi i casi, però, le storie non restano ferme. Cambiano mentre vengono raccontate, cambiano perché qualcuno le ascolta da una posizione nuova.

Mi sono sentita molto presa da questa libertà. È un libro che sembra leggero, e in molti momenti lo è davvero, ma sotto la sua comicità lavora una domanda piuttosto seria. Che cosa facciamo quando le storie che ci hanno formato non corrispondono più al mondo che incontriamo. Possiamo buttarle via, certo, ma possiamo anche rileggerle, sporcarle, ridere dei loro automatismi, cercare dentro di loro un altro uso possibile.

Lo consiglierei a una bambina o a un bambino oggi

Sì, soprattutto a chi ha già un po’ di familiarità con le fiabe tradizionali, perché gran parte del divertimento nasce proprio dal riconoscere i personaggi e vederli apparire in una forma inattesa. Lo vedrei bene dagli otto o nove anni, magari anche prima in lettura condivisa, se c’è il piacere di fermarsi a spiegare alcuni riferimenti e a ridere insieme dei capovolgimenti.

Mi sembra un libro adatto a una bambina o a un bambino che ama le storie buffe, i mondi assurdi, le fiabe un po’ storte. E può essere interessante anche oggi perché non invita a credere passivamente nella tradizione, né a liquidarla con superiorità. Invita piuttosto a entrarci, a guardarla da vicino, a scoprire che anche le storie più famose possono cambiare espressione quando qualcuno le racconta con ironia, intelligenza e una certa tenerezza per tutto ciò che, prima o poi, finisce per deluderci un po’.

3 risposte a “Il romanzo delle mie delusioni”

  1. È bellissimo rileggere le proprie fiabe del cuore (e scoprirne di nuove) anche da adulti, perciò ti ringrazio per questo nuovo suggerimento! 🙏❤️

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    1. Sono d’accordissimo, da adulti le fiabe cambiano completamente sapore. Ci si ritrovano cose che da piccoli non si vedevano affatto. Sono felice che il suggerimento ti abbia incuriosita, spero davvero che ti piaccia!

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  2. […] in Lisa-Betta dopo Il romanzo delle mie delusioni mi ha dato la sensazione di lasciare un mondo fiabesco tutto storto, pieno di capovolgimenti e […]

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