Ho scelto L’estate nei tuoi occhi perché avevo voglia di una serie leggera, estiva e romantica. Una di quelle storie da guardare senza troppi pensieri: mare, case sulla spiaggia, amicizie, primi amori, feste e drammi adolescenziali.

Ed effettivamente la serie parte da un immaginario molto semplice e riconoscibile. Ma guardandola mi sono resa conto che, dietro alla confezione da romance estivo, ci sono alcune questioni interessanti: il modo in cui idealizziamo il primo amore, la nostalgia per l’adolescenza, la differenza tra amare qualcuno e stare bene con qualcuno e, soprattutto, la nostra tendenza a considerare l’amore difficile più profondo di quello sereno.

Non tutto è sviluppato con la stessa profondità e alcune scelte di scrittura mi hanno convinta molto meno di altre, ma proprio per questo è stata una serie divertente da analizzare.

La trama

La protagonista è Belly, un’adolescente che ogni estate torna a Cousins Beach insieme alla sua famiglia. Cousins è il luogo della sua infanzia, lì ci sono amicizie, tradizioni, ricordi e soprattutto Conrad e Jeremiah Fisher, due fratelli con cui Belly è cresciuta.

A un certo punto, però, arriva quell’età in cui le persone che hai sempre conosciuto iniziano ad apparirti diverse. Ed è da qui che nasce il triangolo amoroso al centro della serie.

Ma L’estate nei tuoi occhi non parla soltanto di “quale ragazzo sceglierà Belly?”. Intorno al romance ci sono famiglia, amicizia, perdita, aspettative, crescita e quella sensazione molto adolescenziale di essere contemporaneamente ancora bambini e già convinti di sapere come sarà il resto della propria vita.

Un coming-of-age prima che un romance

Secondo me la serie funziona meglio se la si guarda come un coming-of-age. Il triangolo amoroso è chiaramente il motore narrativo, ma sotto c’è una storia sulla fine dell’infanzia.

Belly torna ogni anno nello stesso posto, con le stesse persone e le stesse tradizioni. Solo che nessuno è davvero uguale all’estate precedente.

Mi piace molto questa idea perché crescere spesso funziona esattamente così, non ci accorgiamo necessariamente di essere cambiati mentre stiamo cambiando. Ce ne rendiamo conto quando torniamo in un posto familiare e improvvisamente non riusciamo più a occuparlo nello stesso modo.

Cousins rappresenta perfettamente questa sensazione.

Cousins Beach e l’estetica dell’estate perfetta

Probabilmente la cosa che la serie fa meglio in assoluto è creare atmosfera.

Cousins Beach è talmente bella da sembrare quasi irreale. Il mare, le biciclette, le case enormi, le feste, le giornate lunghissime, tutto sembra costruito per creare l’immagine dell’estate che vorremmo ricordare, più che di un’estate realmente vissuta. E secondo me è intenzionale.

La fotografia è luminosa, calda, morbida. C’è sempre una sensazione di nostalgia, anche quando i personaggi stanno vivendo qualcosa per la prima volta.

È quasi come se la serie ci mostrasse i loro ricordi prima ancora che diventino ricordi. Ed è una scelta estetica che trovo molto coerente con la storia, perché l’estate è bella anche per il semplice fatto che sappiamo che finirà.

Regia e linguaggio visivo

Non parlerei di una regia particolarmente innovativa, ma sicuramente molto funzionale. La serie sa cosa vuole essere e non ha paura di essere sentimentale.

Primi piani, sguardi, rallentamenti, tramonti, feste, mare: tutto è utilizzato per amplificare la percezione emotiva dei personaggi. In questo senso c’è quasi qualcosa di melodrammatico.

Non nel significato negativo che spesso diamo alla parola, ma nel senso più classico: le emozioni sono grandi, visibili, accompagnate dalla musica e spesso più importanti del realismo.

È il mondo visto attraverso l’intensità dell’adolescenza. A sedici anni un semplice sguardo può davvero sembrare un evento storico e la serie lo sa benissimo.

Belly

Belly è una protagonista che trovo interessante proprio perché non è sempre facile da amare.

È giovane, confusa, a volte egoista, a volte ingenua e spesso convinta di avere capito cose che probabilmente non ha ancora capito. E va bene così.

Personalmente non ho bisogno che una protagonista adolescente sia sempre razionale o faccia sempre la scelta moralmente corretta. Anzi, penso sia molto più interessante permettere alle ragazze, anche nella fiction, di essere contraddittorie.

Quello che mi interessa di Belly è soprattutto osservare chi riesce a essere nelle diverse relazioni della sua vita. Per me questa è una domanda molto più interessante di “chi sceglierà?”.

Conrad e Jeremiah

Ovviamente bisogna parlarne. Io sono Team Jeremiah.

Conrad rappresenta molto bene un archetipo classico del romance: il ragazzo misterioso, introverso, difficile da leggere, con quell’aria un po’ malinconica e tormentata. Capisco perfettamente il fascino del personaggio, soprattutto perché è un tipo di interesse romantico che cinema, televisione e letteratura ci hanno insegnato a riconoscere immediatamente.

Personalmente, però, mi prende poco. Lo trovo spesso troppo chiuso, troppo malinconico, troppo immerso nel proprio mondo.

Jeremiah mi piace di più proprio perché ha un modo completamente diverso di stare vicino alle persone. È gentile, presente, disponibile, affettuoso. Ha anche lui i suoi difetti e a volte il suo modo di fare può sembrarmi un po’ stupido, soprattutto in certe dinamiche sociali, ma mi convince molto di più come figura romantica.

Soprattutto perché con lui vedo una Belly più spontanea e più vicina alla versione di sé che preferisco.

Ma perché il ragazzo tormentato ci sembra sempre più romantico?

Questa è probabilmente la cosa che mi ha fatto riflettere di più guardando la serie.

Culturalmente abbiamo un rapporto molto strano con l’amore romantico. Siamo abituati a considerare la difficoltà come una prova di intensità.

Se qualcuno è misterioso, sembra più interessante. Se non comunica, vogliamo capire cosa nasconde. Se una relazione è complicata, sembra più passionale.

Mentre la gentilezza, la presenza e la stabilità rischiano quasi di apparire meno cinematografiche. Ed è curioso, perché sono caratteristiche che nella vita reale probabilmente considereremmo fondamentali.

Ovviamente dal punto di vista narrativo è comprensibile: il conflitto crea storie. Ma penso sia interessante distinguere ciò che rende una relazione interessante da guardare da ciò che la rende bella da vivere. Ed è forse proprio questa distinzione che mi ha fatto essere Team Jeremiah.

Uno sguardo un po’ più sociologico

C’è anche un altro aspetto che trovo interessante: Belly cresce circondata da una certa idea del “grande amore” e noi spettatori cresciamo con lei dentro la stessa logica.

Il primo amore assume facilmente una dimensione quasi mitologica. La persona che desideriamo da adolescenti diventa importante non soltanto per quello che è realmente, ma per tutto ciò che abbiamo proiettato su di lei.

In questo senso la serie parla anche di idealizzazione. Quanto amiamo una persona e quanto amiamo la storia che abbiamo costruito intorno a quella persona? Quanto conta il presente e quanto conta il fatto di poter dire “l’ho sempre amato”?

Sono domande che trovo molto più interessanti del semplice triangolo amoroso.

Cosa funziona

Per me il punto forte è sicuramente l’atmosfera. La serie sa creare nostalgia, sa essere romantica e soprattutto comprende molto bene quanto siano intense le emozioni durante l’adolescenza.

Mi piace anche il modo in cui il romance convive con amicizia, famiglia e crescita. E trovo molto riuscita l’idea di utilizzare Cousins come punto fisso mentre tutto intorno cambia.

Poi c’è una qualità che non considero affatto secondaria: è una serie che fa venire voglia di parlarne.

Vuoi scegliere un team.

Vuoi discutere con qualcuno.

Vuoi dire “ma come fai a preferire lui?”.

E una serie capace di creare questo tipo di coinvolgimento sta sicuramente facendo qualcosa di giusto.

Cosa funziona meno

La scrittura non mi convince sempre. A volte sento troppo la necessità della sceneggiatura di creare determinati conflitti o di guidare lo spettatore verso una certa interpretazione dei rapporti.

Avrei preferito maggiore ambiguità e soprattutto più fiducia in quello che la serie stessa riesce a mostrare. Ho anche un rapporto complicato con il modo in cui viene rappresentato l’amore romantico.

In alcuni momenti mi sembra che la difficoltà venga automaticamente associata alla profondità, mentre personalmente non penso che un sentimento debba essere doloroso per essere importante.

Ed è probabilmente il punto su cui io e la serie siamo meno d’accordo.

La mia esperienza

Alla fine mi sono divertita molto più di quanto pensassi.

Ho iniziato L’estate nei tuoi occhi aspettandomi una serie estiva abbastanza semplice e mi sono ritrovata a discutere mentalmente di costruzione dei personaggi, archetipi romantici e del perché continuiamo ad avere un debole collettivo per gli uomini malinconici che non sanno comunicare.

Ho avuto anche parecchi momenti di frustrazione, soprattutto con alcune scelte di scrittura, ma fanno parte dell’esperienza.

E sono rimasta Team Jeremiah.

Non perché penso che sia perfetto, ma perché personalmente preferisco un’idea di amore fatta di presenza, gentilezza, complicità e disponibilità emotiva.

Forse sono semplicemente meno affascinata dal tormento.

A chi la consiglio

La consiglio soprattutto a chi ama i coming-of-age, i romance adolescenziali, i triangoli amorosi e le storie molto legate alla nostalgia.

Se amate le atmosfere estive, le colonne sonore pop, i personaggi che prendono decisioni discutibili e le serie che inevitabilmente vi fanno scegliere un team, probabilmente vi divertirete.

Non la definirei una serie perfetta, né penso che tutte le sue idee sul romanticismo mi convincano.

Ma è proprio questo che me l’ha resa interessante.

Sono entrata per il mare, l’estate e il triangolo amoroso.

Sono uscita chiedendomi perché, nella fiction, facciamo ancora così tanta fatica a credere che qualcuno possa essere felice senza dover soffrire prima.

Una risposta a “L’estate nei tuoi occhi”

  1. Quando avrai voglia di qualcosa di molto simile puoi buttarti su Uno splendido errore (My Life with the Walter Boys) su Netflix. E ne ho in mente anche un’altra di cui ora mi sfugge il titolo. Il triangolo con due fratelli funziona sempre e i cliché si sprecano ma io non ho pregiudizi, guardo tranquillamente tutto 😂
    (In questo periodo sto guardando “Call the midwife”, tutt’altro genere, levatrici nella Londra anni Cinquanta, non ricordo se ne avevi parlato… comunque vale la pena).

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