Sono arrivata a Memorie di un pulcino con quella calma che si ha quando si passa da un testo gigantesco come Pinocchio a qualcosa che, almeno in apparenza, dovrebbe essere più leggero. E invece no, il pulcino di Ida Baccini non è affatto leggero. È un piccolo narratore che si trascina dietro un mondo fatto di doveri, lacrime asciugate in fretta, virtù da esercitare come un compito a casa e quel tono moraleggiante che sa un po’ di corridoi di scuola ottocenteschi, quelli bui, freddi e pieni di cartelli educativi appesi alle pareti.
Leggerlo subito dopo Collodi è come passare da una finestra spalancata a una tendina tirata: l’aria entra lo stesso, ma con meno entusiasmo.
Contesto
Siamo negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando l’Italia unita stava ancora cercando di insegnare ai bambini non solo a leggere, ma anche a essere buoni nel modo “giusto”. Ida Baccini, insegnante prima e scrittrice poi, diventa famosa proprio grazie a questo pulcino che racconta la sua vita come se fosse un piccolo romanzo morale.
Il punto di svolta è che il pulcino parla dalla parte dei bambini, o almeno ci prova, ma lo fa con uno sguardo adulto che non smette mai di infilare spiegazioni, buoni propositi, sacrifici, obbedienze. È un libro che nasce dentro un’idea molto precisa di infanzia: fragile, da guidare, da contenere.
Trama
Il pulcino cambia padrone, cresce, osserva il mondo, impara virtù e dolori come se ogni esperienza fosse un esercizio spirituale. Intorno a lui sfilano personaggi che sembrano usciti da un manuale di comportamento: genitori afflitti ma giusti, bambini che devono imparare la carità come si imparano le tabelline, povertà raccontate con un tono che oscillando tra pietà e disciplina.
Non c’è conflitto vero, non c’è ribellione, non c’è disordine narrativo. C’è un percorso rettilineo dove ogni scena porta alla stessa meta: diventare buoni. Buoni secondo l’Ottocento, ovviamente.
Movimento letterario
Il testo appartiene alla letteratura educativa postunitaria, quella che cercava di unire il Paese anche attraverso storie per bambini. La Baccini non inventa una fantasia nuova, ma rafforza un modello educativo fatto di moralità cristiana, obbedienza cieca e grande fiducia nel sacrificio come virtù sociale.
Siamo lontani dal turbine fantasioso di Collodi e più vicini al passo controllato e severo di Cantù
ma con una voce più vivace, più colorita, più popolareggiante.
Stile
Qui Ida Baccini è brillante nella lingua: modi di dire popolari, frasi che sembrano detti di osteria, immagini vivide, quasi teatrali. Il problema è che questa vivacità convive con una struttura rigida, molto disciplinare, che tende a schiacciare tutto dentro lo stampo della buona educazione.
Il risultato è un libro che si legge con piacere… finché non ci si accorge che ogni divertimento ha il fiato sul collo della moraletta finale.
Cosa funziona
- La voce: Il pulcino che parla in prima persona è una trovata tenera, buffa, insolita.
- Lo stile popolare: La Baccini sa davvero far ridere con un modo di dire, un’espressione, una piccola caricatura.
- Il valore storico: È un documento prezioso per capire come veniva pensata l’infanzia dopo l’Unità d’Italia.
Cosa pesa
- Il moralismo continuo: Arriva dappertutto come una polvere sottile che non si riesce a scrollare via.
- La rappresentazione della povertà e dell’obbedienza: Molto datata, molto lontana dal nostro modo di guardare ai bambini oggi.
La mia esperienza di lettura
Leggere Memorie di un pulcino è stato come aprire un quaderno di scuola trovato in una soffitta: un po’ impolverato, un po’ ingombrante, ma capace di raccontare un mondo che non esiste più. Mi ha fatto sorriso e tenerezza, ma anche quella leggera malinconia di quando riconosci che certi modi di educare hanno lasciato cicatrici nell’immaginario collettivo.
È un tassello, necessario per capire l’epoca, ma non per forza da abbracciare.
Lo consiglierei a un bambino di oggi
Direi di no. La lettura ha valore storico e può essere interessante per un adulto o per un giovane che voglia esplorare da vicino la pedagogia postunitaria, ma non la proporrei a un bambino come lettura autonoma. I temi trattati e il modo in cui vengono presentati richiedono una maturità interpretativa che non si può dare per scontata. Se proprio volessi usarlo, lo farei dai dodici anni in su e solo come occasione per discutere come cambi la rappresentazione dell’infanzia nel tempo e perché certi modelli educativi appartengono ormai al passato.




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