Ho iniziato The Testaments con una curiosità un po’ nervosa, lo ammetto. E alla fine mi è piaciuta molto più di quanto pensassi. Tanto che quando ho letto che la seconda stagione è già stata confermata, la mia prima reazione è stata un entusiasmo quasi immediato. Sono già curiosa di capire dove porterà queste ragazze e questo mondo, soprattutto perché la serie, dopo qualche esitazione iniziale, trova davvero una sua identità.

Per chi conosce The Handmaid’s Tale e per chi no

The Handmaid’s Tale e The Testaments nascono prima di tutto come romanzi di Margaret Atwood. La serie quindi non arriva dal nulla, ma da un immaginario letterario già molto forte, poi diventato anche televisivo. Gilead è il cuore di questo mondo, una società teocratica e autoritaria nata negli Stati Uniti, dove la religione viene usata come legge e il corpo delle donne diventa territorio di controllo politico, familiare e sociale.

Per chi ha già visto The Handmaid’s Tale, The Testaments funziona come un ritorno emotivo a un luogo che conosciamo fin troppo bene. Ma non è esattamente la stessa esperienza. Non siamo più soltanto dentro la claustrofobia della sopravvivenza di June. Qui lo sguardo si allarga, diventa più generazionale. La storia guarda a chi è cresciuto dentro Gilead, a chi ha assorbito quel sistema prima ancora di poterlo mettere in discussione.

Per chi non conosce The Handmaid’s Tale, secondo me si può entrare comunque nella storia, ma alcune cose pesano meno. Sapere cos’è Gilead aiuta molto, perché non è solo lo sfondo della trama. È quasi un personaggio. Un sistema che decide come si parla, come ci si veste, cosa si può desiderare, perfino come si deve stare in silenzio. Però il vero impatto arriva quando capisci che non stai guardando solo una distopia, ma le conseguenze emotive di una società costruita sulla disciplina dei corpi.

La trama

La storia si svolge anni dopo The Handmaid’s Tale e ci riporta in una Gilead che ormai non sembra più solo un regime appena nato, ma un mondo che ha avuto il tempo di educare, deformare, abituare le persone alla propria logica.

Al centro ci sono soprattutto Agnes e Daisy, due ragazze che arrivano a Gilead da posizioni molto diverse. Agnes ci è cresciuta dentro. Per lei i rituali, le regole, il silenzio, l’idea di dover essere composta e obbediente non sono qualcosa di assurdo. Sono la normalità che le è stata insegnata fin da piccola. Proprio per questo il suo percorso è inquietante, perché non parte da una ribellione immediata, ma da una specie di incrinatura lenta. Qualcosa comincia a non tornare, anche se lei non ha ancora gli strumenti per dirlo ad alta voce.

Daisy invece arriva da fuori. Vive in Canada, in un mondo che sembra più vicino al nostro, e quando entra in contatto con Gilead la guarda con uno spaesamento che serve anche a noi. Attraverso di lei, tutto quello che per Agnes è educazione, fede, disciplina, torna a sembrarci violenza. E questa differenza tra chi è stata cresciuta dentro il sistema e chi lo osserva da fuori è una delle cose più interessanti della serie.

Le loro storie cominciano lentamente ad avvicinarsi, mentre Gilead mostra le sue crepe, le sue paure, le sue tensioni interne. Non è tanto una trama di fuga continua o di sopravvivenza immediata, almeno non nello stesso modo di The Handmaid’s Tale. Qui il centro mi sembra più sotterraneo. La serie guarda a cosa succede quando un regime non si limita a comandare i corpi, ma riesce a entrare nei gesti, nella voce, perfino nel modo in cui una ragazza impara a trattenere un’emozione.

Regia e stile

Visivamente, The Testaments resta molto legata all’identità di The Handmaid’s Tale. C’è quella composizione rigida dell’inquadratura, quella freddezza quasi liturgica, quei colori pensati per trasformare ogni scena in un sistema di segni. I corpi sembrano spesso disposti nello spazio come se fossero già stati disciplinati prima ancora di parlare.

La regia lavora molto sulla sottrazione. Non cerca sempre il colpo emotivo immediato. Spesso lascia che il disagio arrivi da un volto fermo, da uno sguardo abbassato, da una pausa troppo lunga. Da cinefila, questa è la parte che mi interessa di più. La serie capisce che l’oppressione non è fatta solo di eventi violenti. È fatta anche di ripetizione, postura, abitudine, autocensura.

A volte però questa estetica mi sembra fin troppo controllata. Ci sono momenti in cui il dolore diventa quasi troppo bello da guardare, troppo composto, troppo pronto per essere trasformato in immagine iconica. È un rischio che questo universo ha sempre avuto. Quando la sofferenza viene incorniciata con troppa eleganza, può perdere un po’ della sua brutalità quotidiana.

Il dolore negli occhi

Una delle cose che mi ha colpita di più è proprio il volto delle protagoniste. Sembra che quasi tutte abbiano una specie di dolore permanente negli occhi. Non parlo solo di tristezza. È qualcosa di più sottile, più fisico. Come se vivere dentro Gilead avesse modificato il modo stesso in cui una persona guarda il mondo.

Questo secondo me ha molto senso con la storia. In un sistema come quello, le donne non sono semplicemente controllate dall’esterno. Dopo un po’ imparano a controllarsi da sole. Sorvegliano le parole, i gesti, le emozioni. E il volto diventa il primo campo di battaglia.

Agnes, con quel modo nervoso di sbattere le palpebre quando è sotto pressione, mi è sembrata quasi il ritratto di questa educazione alla repressione. Non può permettersi di essere trasparente. Non può permettersi di reagire troppo. Allora il corpo trova piccole crepe. Un battito di ciglia, un respiro trattenuto, una rigidità improvvisa.

Daisy nota questa cosa da fuori, e infatti il suo sguardo serve anche a noi spettatori. Ci ricorda che quello che per Gilead è disciplina, per chi arriva da un altro mondo è violenza interiorizzata.

Una lettura più sociale

La parte più inquietante della serie, per me, è che non rappresenta il potere solo come imposizione brutale. Certo, la violenza c’è. Ma c’è anche qualcosa di più difficile da guardare, l’idea che un sistema autoritario possa diventare familiare, ordinato, perfino rassicurante per chi non ha conosciuto altro.

La serie mostra bene come certe strutture si mantengano non solo attraverso la paura, ma anche attraverso il bisogno di appartenenza. Gilead dà regole, ruoli, linguaggio, identità. È terribile, ma proprio per questo funziona narrativamente. Perché non basta dire che quel mondo è mostruoso. Bisogna capire perché alcune persone imparano a viverci dentro, a giustificarlo, a chiamarlo normalità.

Ed è qui che la serie parla anche del nostro presente, senza doverlo nominare ogni due minuti. Parla di corpi femminili controllati, di moralismi trasformati in legge, di comunità costruite sull’esclusione, di giovani educati a non fidarsi del proprio desiderio. Non diventa un manifesto, per fortuna. Ma il sottotesto è lì, e pulsa.

Cosa funziona

Funziona molto quando si fida dei silenzi. Quando non spiega troppo e lascia che una scena respiri. Funziona nei microgesti, negli sguardi trattenuti, nei momenti in cui capiamo che una persona sta soffrendo senza che nessuno lo dica apertamente.

Mi è piaciuto anche il cambio di prospettiva rispetto alla serie originale. The Handmaid’s Tale era più claustrofobica, più viscerale, più legata alla sopravvivenza immediata. The Testaments sembra più interessata alle conseguenze. A cosa succede dopo anni di regime. A come una società plasma chi nasce dentro le sue regole.

Cosa funziona meno

Non tutto però mi ha convinta. Alcuni dialoghi sono un po’ troppo esplicativi, come se la serie avesse paura che lo spettatore non cogliesse il sottotesto. E questo, in un universo così forte visivamente, a volte pesa.

Ho sentito anche una certa freddezza emotiva in alcuni passaggi. La serie è elegante, costruita bene, piena di immagini forti, ma non sempre mi ha travolta. Ogni tanto osservavo più con la testa che con lo stomaco. E per una storia ambientata a Gilead, questa distanza si sente.

La mia esperienza guardandola

L’ho guardata con una tensione strana. Non sempre ero completamente coinvolta, ma continuavo a pensarci dopo. E forse questo dice già qualcosa. Alcune serie ti colpiscono mentre le guardi e poi evaporano. Questa invece mi è rimasta soprattutto nei dettagli. Gli occhi di Agnes. Lo sguardo di Daisy quando capisce che quel mondo non è solo assurdo, ma organizzato. I silenzi tra le ragazze. Quel modo di stare composte anche quando dentro qualcosa sta cedendo.

La cosa che mi ha disturbata di più non è stata la violenza evidente. È stata la normalità della repressione. Il fatto che la paura, dopo un po’, non sembri più paura. Sembra educazione. Buone maniere. Fede. Rispetto. E lì la serie diventa davvero scomoda.

A chi la consiglio

La consiglio a chi ha amato The Handmaid’s Tale, ma anche a chi è interessato alle distopie politiche meno spettacolari e più psicologiche. A chi guarda una serie non solo per sapere cosa succede, ma per osservare come succede, come viene costruita un’atmosfera, come un’inquadratura può raccontare un sistema sociale.

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