Ho iniziato Julia pensando che mi avrebbe fatto venire voglia di cucinare. Io amo cucinare, quindi mi sembrava quasi inevitabile. Una serie su Julia Child, sulla cucina francese, sul burro, sulle padelle, sulla televisione americana degli anni Sessanta. Sulla carta era tutto lì, pronta a colpirmi nel punto più prevedibile.

Invece non è andata proprio così, mi aspettavo un’esperienza più sensoriale, più vicina a quella fame emotiva che mi aveva lasciata Come l’acqua per il cioccolato, dove il cibo sembra attraversare i corpi, i desideri, le frustrazioni. In Julia, almeno per me, il cibo fa un altro lavoro. Non mi ha spinta a correre ai fornelli ma mi ha fatto pensare al modo in cui certe cose vengono considerate piccole finché non diventano pubbliche, monetizzabili, prestigiose.

La trama

La prima stagione segue Julia Child mentre prova a portare la cucina francese nella televisione americana, con The French Chef. Detta così, sembra una trama piccola di una donna cucina davanti a una telecamera che insegna delle ricette e il pubblico la guarda da casa. Fine.

Solo che la serie racconta qualcosa di più ampio. Racconta una donna che si sta inventando come figura pubblica in un momento in cui anche la televisione sta capendo che forma vuole avere. C’è qualcosa di bello in questa coincidenza, perché Julia impara a stare davanti alla macchina da presa mentre la TV impara a entrare nelle case. Noi guardiamo questa intimità che sembra nascere in diretta, ma che in realtà è fatta di prove, errori, luci, cavi, persone dietro le quinte e una quantità enorme di lavoro invisibile.

Julia, finalmente non perfetta

Una delle cose che ho apprezzato di più è che Julia non viene trattata come una figurina ispirazionale. Mi è piaciuta perché è umana, ha carisma ma ha anche difetti. A volte è generosa, a volte vuole troppo spazio, a volte è tenera, a volte è ingombrante ed a volte sembra non rendersi conto di quanto la sua energia possa travolgere gli altri.

Per me è proprio lì che il personaggio funziona, perchè non ho bisogno di vedere una donna eccezionale resa impeccabile per poterla ammirare. Mi interessa molto di più vederla contraddittoria, ambiziosa, insicura, vanitosa, brillante, un po’ fuori misura. Sarah Lancashire fa un lavoro bellissimo perché non riduce Julia a una voce buffa o a una presenza simpatica, le dà corpo, peso e respiro. La fa sembrare una donna che ha passato anni a cercare un posto e che, quando finalmente intravede una possibilità, non riesce più a fingere di non volerla.

Julia Child è una donna fuori dallo standard previsto per età, corpo, voce, modo espansivo di stare al mondo e mancanza di quel tipo di compostezza che spesso si pretende dalle donne in pubblico. Non entra in televisione come un’immagine femminile addomesticata per piacere, inciampa, parla forte, occupa spazio, sbaglia, insiste. E la serie sembra capire che anche questa è una forma di rottura, una donna che viene vista senza rientrare perfettamente nella cornice.

Il matrimonio con Paul

Sul matrimonio con Paul sono rimasta un po’ divisa. Ci sono momenti in cui ho pensato che fosse bello vedere Julia amata in quel modo, con una tenerezza adulta, non spettacolare, fatta di abitudini, complicità, sguardi e frasi dette senza dover spiegare tutto. Mi piace vedere un matrimonio maturo in cui l’affetto non è sempre dichiarato, ma passa attraverso la presenza.

Poi però ci sono momenti in cui lui mi ha irritata. Non perché sia un cattivo, anzi, forse proprio perché non lo è. A volte sembra amarla esattamente com’è, altre volte sembra non sapere cosa farsene della sua ambizione. Come se la sostenesse finché quella luce non diventa troppo forte, troppo pubblica, troppo spostata rispetto all’equilibrio che avevano prima. E questa ambiguità mi sembra molto vera. Ci sono persone che ci amano, ma fanno fatica quando cambiamo dimensione.

La cucina come cosa seria

Questa forse è la parte che mi è rimasta di più. Julia parla di cucina, certo, ma per me parla soprattutto del modo in cui certi saperi vengono svalutati. La cucina è vista spesso come qualcosa di naturale, domestico, quasi automatico, soprattutto quando a cucinare sono le donne. Come se non ci fossero tecnica, studio, memoria, gusto, disciplina, fallimenti e intelligenza.

La serie non lo dice in modo aggressivo, e forse anche per questo funziona. Lo lascia passare nelle situazioni, nelle riunioni, nei commenti, nel modo in cui certi uomini intorno a Julia sembrano non capire perché qualcuno dovrebbe prenderla sul serio. Finché il programma funziona. E lì cambia tutto, perché quando qualcosa produce prestigio, pubblico o denaro, improvvisamente smette di essere una sciocchezza.

Questa cosa mi fa sempre un po’ arrabbiare, lo ammetto. Il sapere femminile viene spesso riconosciuto solo quando entra in un sistema che lo legittima dall’esterno. La cucina di casa no, la cucina in televisione sì. La competenza quotidiana no, la performance pubblica sì. La serie resta leggera, ma sotto questa leggerezza c’è una domanda interessante, chi decide quali saperi contano?

Direzione e stile

Visivamente Julia è una serie molto piacevole. È curata, morbida, elegante. Ha quella fotografia accogliente, quei costumi belli, quelle case e quegli studi televisivi in cui tutto sembra composto con una certa grazia. Non è una regia che vuole stupire. Non cerca il gesto radicale, non rompe il linguaggio, non mette lo spettatore in difficoltà.

A volte questa scelta mi è piaciuta. Altre volte, lo confesso, mi è sembrata troppo sicura. Ci sono momenti in cui la serie si adagia un po’ sul proprio charme, comoda, ben illuminata, carina. E io ogni tanto avrei voluto un’incrinatura in più. Però capisco anche il tipo di racconto che vuole essere. Julia non è una serie aspra. Non vuole essere una demolizione. Preferisce lavorare con il calore, con l’ironia, con i piccoli attriti. Dentro questa proposta, spesso trova una sua misura.

La televisione dentro la televisione

La parte sulla televisione mi è piaciuta molto, forse perché c’è sempre qualcosa di affascinante nel vedere un linguaggio mentre nasce. Il programma di Julia sembra semplice, ma la serie ci ricorda quanto sia costruito. La telecamera non registra soltanto, sceglie. Avvicina. Taglia. Incornicia. Trasforma una donna che cucina in una presenza familiare.

Questa è una cosa molto televisiva e molto potente. La TV crea intimità con persone che non conosciamo. Le fa entrare in casa. Ci convince che siano un po’ nostre. Julia capisce questa cosa quasi istintivamente, o forse la impara sbagliando. In ogni caso, la serie è interessante quando mostra che il suo talento non è solo cucinare. È comunicare. È rendere accessibile qualcosa che poteva sembrare distante. È far sentire lo spettatore meno intimidito. Che poi, a pensarci, è una forma enorme di potere culturale.

Cosa funziona

Per me funzionano molto la protagonista, l’atmosfera e il tema della creazione. Mi piace vedere il programma nascere non come un colpo di genio pulito, ma come un processo. Tentativi, errori, improvvisazioni, persone che credono nel progetto prima ancora di sapere se funzionerà davvero.

Funziona anche il fatto che Julia sia una donna matura. Non una ragazza all’inizio della vita, non il solito racconto di formazione giovanile. Una donna adulta che scopre, o forse decide, di avere ancora qualcosa da fare. E non qualcosa di piccolo. Questa cosa mi ha fatto bene. C’è una fame di riconoscimento in Julia che la serie non condanna del tutto, e io l’ho trovata liberatoria. Perché spesso alle donne si chiede di desiderare con grazia, di ambire senza dare fastidio, di brillare ma non troppo. Julia invece dà fastidio anche quando è adorabile, e forse è proprio per questo che resta impressa.

Cosa mi ha convinta meno

Allo stesso tempo, non posso dire che la serie mi abbia travolta. A tratti l’ho trovata lenta. Non sempre di una lentezza contemplativa, a volte proprio lenta, come se alcuni episodi girassero un po’ intorno a se stessi. Mi è sembrato anche che la serie addolcisse parecchio i conflitti. Le tensioni di genere, classe e razza ci sono, ma spesso restano smussate. Si percepiscono, poi la serie torna abbastanza presto al suo tono caldo, elegante, rassicurante.

Non è per forza un difetto enorme. Dipende da cosa si cerca. Io capisco la scelta di fare una serie leggera, più accessibile, meno militante nel tono. Però ogni tanto ho sentito la mancanza di qualcosa che disturbasse di più. Un po’ più di rischio, ecco.

La mia esperienza

Alla fine, con Julia ho avuto un’esperienza curiosa. Pensavo che mi avrebbe dato fame. Mi ha dato pensiero. Non mi sono alzata dal divano con il desiderio urgente di cucinare, però ho continuato a pensare alla cucina come spazio di valore, alla televisione come macchina di riconoscimento, a una donna fuori standard che viene sottovalutata e continua comunque.

E forse questo mi basta. Non è una serie perfetta, ma è una serie con una personalità gentile. A volte troppo gentile, sì. Però non vuota. L’ho guardata con piacere, anche quando mi sembrava un po’ lenta. Mi sono affezionata a Julia senza idealizzarla, e ho apprezzato il modo in cui la serie racconta una donna che vuole lasciare una traccia senza trasformarla in una santa.

A chi la consiglierei

La consiglierei a chi ama le serie in costume, i dietro le quinte della televisione, i racconti sulla creazione e i personaggi femminili maturi. La consiglierei anche a chi ama cucinare, ma con una piccola avvertenza. Non aspettatevi per forza una serie che vi farà correre in cucina. A me non è successo. Però potrebbe farvi guardare la cucina con un rispetto diverso.

Non la consiglierei, invece, a chi cerca ritmo alto, conflitto duro o una regia molto audace. Julia è più morbida, più conversata, più da tè caldo che da pugno sul tavolo. E va bene così, se si entra nel suo ritmo.

3 risposte a “Julia”

  1. Ho visto il film con la Streep ma non lo ricordo molto e non mi pare mi avesse entusiasmato. Non mi dispiacerebbe dare un’occhiata alla serie, non amo molto cucinare quindi, se come dici, non fa venir voglia di mettersi ai fornelli, tutt’al più non sposterà molto nella mia inclinazione di base. 😉

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  2. Non conosco la serie… Spero che abbiano almeno citato il suo impegno come agente dell’intelligence durante la seconda guerra mondiale 🙂

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  3. Uh, io avevo visto “Julie e Julia” con Streep e Adams. Mi era piaciuto molto come film, questa serie invece non la conoscevo! Mi hai messo curiosità!

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