Entrare in Leo e Lia. Storia di due bambini italiani con una governante inglese dopo Il giornalino di Gian Burrasca mi ha dato la sensazione di abbassare improvvisamente la voce. Dopo l’energia nervosa di Giannino, dopo quel modo continuo di mettere in crisi la casa, la scuola e gli adulti, qui si entra in uno spazio più raccolto, più domestico, quasi osservato da vicino. La vita dei bambini non esplode in marachelle e conseguenze rumorose, ma si dispone in piccoli quadri quotidiani, fatti di gesti, domande, abitudini, piccole scoperte.
E proprio questa misura più quieta mi ha colpita. Leo e Lia sembra interessato a un’infanzia meno spettacolare, meno costruita attorno al disordine, ma comunque piena di movimento interno. Non succede sempre qualcosa di grande, eppure succede continuamente qualcosa nel modo in cui i bambini guardano, ascoltano e imparano a nominare il mondo.
Contesto
Siamo nel 1909, in un momento in cui la letteratura per l’infanzia italiana sta già esplorando forme diverse. Dopo l’avventura, la comicità, la fantasia scientifica e la voce irriverente del diario, qui si incontra un’altra possibilità, più intima e familiare. Laura Orvieto firma il libro con lo pseudonimo Mrs El, e già questa presenza femminile, materna e insieme letteraria, cambia un po’ l’atmosfera.
Leo e Lia nasce da uno sguardo molto vicino alla vita quotidiana dei bambini. Non c’è la volontà di costruire un grande intreccio avventuroso. Il libro segue piuttosto due bambini mentre crescono dentro una casa, tra la madre, la governante inglese, le piccole regole, le parole nuove e le curiosità che nascono dalle cose più semplici.
La presenza della governante inglese è importante perché introduce nella casa una distanza leggera. C’è un’altra lingua, un altro modo di educare, un’altra misura nei rapporti. Il mondo domestico resta vicino, ma non è mai completamente chiuso su se stesso.
Trama
Il libro segue Leo e Lia in una serie di episodi brevi, quasi scene di vita familiare. Li vediamo mentre parlano, fanno domande, imparano, osservano gli adulti e attraversano piccoli momenti di scoperta. La trama non procede attraverso grandi svolte, ma attraverso una continuità minuta, fatta di situazioni quotidiane che acquistano valore proprio perché vengono guardate con attenzione.
Dentro questa quotidianità, però, il tema dell’educazione non è affatto assente. Anzi, torna spesso attraverso le regole, i rimproveri e le punizioni. Mi ha colpita, per esempio, la presenza del castigo come pratica abbastanza normale. Il bambino può essere messo in un angolo, separato dagli altri, quasi costretto a restare fermo dentro la propria colpa. Sono scene che nel libro entrano in modo semplice, senza essere caricate troppo, ma che lette oggi producono un effetto diverso.
Un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso è quello delle mani legate, quando Leo batte la governante. Da un lato si capisce che il gesto del bambino viene visto come qualcosa da correggere subito. Dall’altro, però, la punizione scelta risulta molto dura per una sensibilità contemporanea. Personalmente, leggendo quella scena, ho provato disagio. Non riuscirei a vedere come accettabile l’idea di legare le mani a un bambino, neanche come risposta a un comportamento sbagliato.
Questo rende il libro più complesso di quanto possa sembrare all’inizio. A prima vista Leo e Lia appare delicato, domestico, quasi tenero. Poi, però, dentro questa delicatezza emergono pratiche educative che appartengono chiaramente a un altro tempo. Il tono resta lieve, ma alcuni episodi mostrano quanto l’educazione infantile fosse ancora legata all’idea di correzione, contenimento e obbedienza.
Movimento
Dopo Gian Burrasca, il rapporto con l’educazione cambia ancora. Là l’educazione veniva messa in crisi dalla voce disallineata di Giannino, dalla sua capacità di prendere alla lettera le regole e mostrarne le contraddizioni. Qui il conflitto è meno rumoroso. Non c’è un bambino che distrugge continuamente l’ordine della casa. C’è invece una vita familiare più ordinata, dove l’educazione passa attraverso gesti quotidiani, parole, abitudini e piccole correzioni.
Mi è sembrato un libro interessato a osservare come si cresce dentro le ripetizioni. Non attraverso una grande lezione, ma attraverso cose che tornano ogni giorno. Una parola imparata, una regola spiegata, un gesto corretto, un castigo ricevuto. Questa dimensione rende il testo meno esplosivo di Gian Burrasca, ma non necessariamente meno significativo.
La cosa interessante è che Laura Orvieto guarda l’infanzia con affetto e attenzione, senza trasformare Leo e Lia in modelli rigidi. Li lascia curiosi, buffi, teneri e imperfetti. Allo stesso tempo, però, il libro mostra anche i limiti del mondo educativo che li circonda. Alcune punizioni, come il castigo nell’angolo o le mani legate, fanno capire che la cura e la disciplina convivono in modo molto stretto.
Questo mi ha fatto percepire Leo e Lia come un testo meno innocente di quanto sembri. Non nel senso che sia un libro duro o violento nel tono. Il tono resta misurato e familiare. Però, proprio perché tutto viene raccontato con naturalezza, certe pratiche educative risaltano ancora di più a una lettura di oggi.
Stile
La scrittura ha un tono semplice, chiaro, molto vicino al racconto orale. Si sente una voce adulta che accompagna, ma senza schiacciare del tutto lo sguardo infantile. Il ritmo è fatto di scene brevi, passaggi delicati, piccoli dialoghi e momenti che sembrano quasi annotati mentre accadono.
Rispetto a Gian Burrasca, manca quella comicità più esplosiva, quella tensione continua tra regola e disastro. Qui l’ironia è più lieve, quasi domestica. Nasce dai fraintendimenti, dalle domande dei bambini, dalla differenza tra il modo adulto di ordinare le cose e il modo infantile di riceverle.
Ho trovato bella proprio questa discrezione. Il libro non forza la mano e non cerca continuamente l’effetto. Preferisce restare vicino ai suoi personaggi, seguirli nelle loro piccole scoperte e dare dignità narrativa a ciò che, in un altro racconto, sarebbe potuto sembrare solo contorno.
Proprio per questo, quando compaiono le punizioni, l’effetto è particolare. Non arrivano come grandi scene drammatiche, ma come parte quasi normale della vita domestica. Questa normalità, da lettrice di oggi, mi ha colpita forse più di una scena apertamente violenta.
Cosa mi è rimasta
Mi è rimasta soprattutto la sensazione di una casa abitata dallo sguardo dei bambini. Non una casa immobile, ma uno spazio dove ogni oggetto, ogni parola e ogni regola possono diventare occasione di curiosità.
Mi è rimasto anche il modo in cui Laura Orvieto riesce a dare valore alle cose piccole senza renderle leziose. C’è tenerezza, certo, ma non ho sentito una dolcezza troppo appiccicosa. La delicatezza del libro sta più nell’attenzione che nell’ornamento.
Allo stesso tempo, però, mi sono rimaste addosso alcune scene di punizione. Il castigo nell’angolo e soprattutto le mani legate mi hanno fatto sentire la distanza tra quel mondo educativo e il nostro modo attuale di pensare l’infanzia. Non dico questo per giudicare il libro in modo semplice, perché appartiene a un’altra epoca. Però non riuscirei nemmeno a leggere quelle scene come dettagli neutri.
Forse è proprio questa doppia impressione che rende Leo e Lia interessante. Da una parte è un libro delicato, attento, pieno di piccoli gesti. Dall’altra mostra un’idea di educazione in cui la correzione del bambino passa ancora anche attraverso forme di controllo fisico e isolamento.
Cosa mi ha convinta meno
A tratti la struttura può sembrare molto tenue. Chi arriva da libri più movimentati, come Ciuffettino o Gian Burrasca, può avere la sensazione che succeda poco, o che alcuni episodi restino sospesi dentro una quotidianità molto semplice.
Però andando avanti mi sono accorta che questa semplicità è anche il centro del libro. Leo e Lia chiede un tipo diverso di attenzione. Non spinge sempre in avanti, ma invita a restare, a guardare meglio, ad accettare che l’infanzia possa essere raccontata anche attraverso dettagli minimi.
Quello che mi ha convinta meno, forse, è il modo in cui alcune punizioni vengono assorbite dal tono quieto del racconto. Avrei voluto che certi momenti lasciassero più spazio alla reazione emotiva dei bambini. A volte il libro sembra passare oltre troppo rapidamente, mentre io, leggendo oggi, sentivo il bisogno di fermarmi di più.
La mia esperienza
Leggere Leo e Lia dopo Gian Burrasca mi ha fatto sentire un cambio di temperatura molto netto. Da una voce infantile che disturba l’ordine adulto sono passata a uno sguardo adulto che osserva l’infanzia da vicino, con cura, senza trasformarla in rumore.
Mi sono sentita meno trascinata dal ritmo e più accompagnata. È una lettura che non cerca di conquistare con grandi scene, ma con una specie di familiarità progressiva. All’inizio può sembrare piccola, poi ci si accorge che proprio quella misura permette di vedere meglio certi passaggi della crescita, quelli che spesso non fanno rumore e però restano.
Durante la lettura, però, non ho provato solo tenerezza. Alcuni episodi mi hanno disturbata, soprattutto quando la punizione sembrava entrare nella vita dei bambini come qualcosa di normale. La scena delle mani legate, in particolare, mi ha fatto reagire in modo molto personale. Ho pensato che non vorrei mai educare un bambino così, anche quando sbaglia. Questo non cancella il valore del libro, ma cambia il modo in cui lo leggo.
Lo consiglierei a un bambino oggi
Sì, ma in lettura condivisa.
Non perché sia un libro da evitare, ma perché alcune dinamiche educative vanno accompagnate e discusse. Lo vedrei bene dai sei o sette anni, letto insieme, lasciando spazio alle domande e alle conversazioni che possono nascere. Un bambino potrebbe soffermarsi proprio su certe punizioni, e secondo me sarebbe importante non presentarle come pratiche normali o ancora valide.
Mi sembra adatto a un bambino che ama i racconti di vita quotidiana, le storie di casa, i personaggi osservati con calma. Può funzionare molto bene proprio perché è diverso da tanti libri più rumorosi. Chiede di rallentare e di guardare le piccole cose.
Allo stesso tempo, lo accompagnerei con uno sguardo critico. Direi chiaramente che alcune punizioni appartengono a un altro modo di pensare l’educazione e che oggi possiamo parlarne diversamente. Per me, questo non indebolisce il libro. Anzi, lo rende un’occasione per discutere di cura, regole, limiti e rispetto del bambino.
In questo senso, Leo e Lia mi sembra un libro piccolo solo in apparenza. Racconta scene domestiche, dettagli quotidiani e scoperte minime, ma dentro queste cose lascia vedere un’intera idea di infanzia. Ed è proprio lì, nella sua misura quieta, che continua a essere interessante.




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