Entrare in Storie della storia del mondo dopo Leo e Lia mi ha dato una sensazione strana, quasi affettuosa, come se ritrovassi gli stessi bambini, però in un momento diverso, non più chiusi nello stesso spazio di prima.

In Leo e Lia la casa era quasi un mondo intero, con le abitudini, le piccole scoperte, le regole, ma anche con quelle punizioni che oggi colpiscono e lasciano un disagio difficile da ignorare. Qui la casa resta, però cambia funzione, non è più soltanto il luogo in cui si osserva e si corregge il bambino, diventa il punto da cui qualcosa comincia ad allargarsi.

Dopo poche pagine arrivano Troia, gli dèi, gli eroi, le guerre, le partenze, e il mondo entra nella stanza senza perdere del tutto quella dimensione intima del racconto detto a voce.

Dal quotidiano al mito

Storie della storia del mondo. Greche e barbare esce nel 1911, due anni dopo Leo e Lia. Laura Orvieto riprende gli stessi bambini e li porta dentro una materia molto più vasta, quella della mitologia greca e del ciclo troiano.

Il passaggio è netto, però non risulta brusco, perché Orvieto non abbandona l’infanzia per parlare del mito, al contrario, porta il mito vicino ai bambini, lo fa arrivare dentro una scena familiare, attraverso una voce adulta che racconta, si ferma, riprende, chiarisce.

Troia, Achille, Elena, Paride, Agamennone, Ulisse non arrivano come nomi da memorizzare perché importanti, arrivano come figure dentro una storia, con un ritmo che somiglia più alla conversazione che alla lezione.

Questa scelta mi è piaciuta molto, perché il mito resta grande, ma non resta lontano, sembra qualcosa a cui anche una bambina o un bambino possono avvicinarsi, purché qualcuno apra la porta con pazienza.

Un’altra idea di educazione

Rispetto a Leo e Lia, ho sentito un cambiamento forte nel modo in cui passa l’educazione. Nel primo libro tutto era più legato al comportamento, alle buone abitudini, al limite, alla correzione, a un’idea di crescita che passava molto dal sapersi comportare dentro uno spazio domestico.

Qui invece l’educazione passa di più dall’ascolto, dalla curiosità, dall’incontro con storie che vengono da lontano. L’intenzione pedagogica c’è ancora e si sente bene, però prende una forma meno stretta, meno concentrata sulla disciplina quotidiana.

I bambini crescono perché incontrano qualcosa di più grande di loro, storie antiche, complicate, piene di errori, orgoglio, desideri, colpe e ritorni. Questa differenza mi ha fatto respirare di più durante la lettura, perché in Leo e Lia restavo spesso divisa tra tenerezza e fastidio, mentre qui ho sentito più forte il piacere della narrazione.

Troia raccontata ai bambini

Il libro attraversa molte vicende legate alla guerra di Troia. Ci sono Laomedonte, Paride, Elena, Menelao, Agamennone, Achille, Patroclo, Ettore, Ulisse, ci sono palazzi, promesse, divinità capricciose, duelli, lutti, astuzie, fino all’immagine potentissima del cavallo di legno.

Quello che funziona è il movimento continuo del racconto, perché una storia ne chiama un’altra, un nome apre una nuova direzione, un gesto compiuto quasi all’inizio ritorna più avanti con conseguenze enormi.

A volte questo ritmo è molto bello, proprio perché somiglia alla curiosità infantile. Si parte da una domanda, poi ne nasce un’altra, poi ci si perde un attimo, poi si ritrova il filo, e il libro ha questa energia anche quando la materia è antica.

La guerra di Troia non diventa soltanto un grande episodio eroico, perché accanto alla gloria ci sono il prezzo della gloria, la bellezza, il possesso, il coraggio, l’orgoglio, la perdita. Orvieto rende tutto chiaro, senza togliere del tutto la complessità.

Gli eroi non sono statue

Una cosa che ho apprezzato è che il mito viene avvicinato, reso accessibile, ma non ripulito fino a diventare innocuo. Gli dèi restano imprevedibili, gli eroi non sono mai soltanto modelli positivi, e questa ambiguità rende il racconto più vivo.

Achille non è soltanto forza, Elena non è soltanto bellezza, Ulisse non è soltanto astuzia. Il libro non approfondisce ogni figura come farebbe un romanzo moderno, alcuni personaggi passano rapidamente, però resta l’impressione che dietro ogni nome ci sia una zona più complessa.

Per un primo incontro con il mito, questa mi sembra una scelta preziosa, perché permette ai bambini di entrare nella storia senza ricevere un mondo troppo semplificato.

La voce di Orvieto

La scrittura di Orvieto è semplice, ma non povera, e questa distinzione per me conta molto nei libri per l’infanzia, perché spesso si rischia di abbassare tutto, come se rendere comprensibile significasse togliere profondità.

Qui invece la chiarezza accompagna, non svuota. La presenza di Leo e Lia aiuta a mantenere vivo il ritmo della conversazione, perché non leggiamo una riscrittura mitologica astratta, sentiamo una scena, qualcuno racconta, qualcuno ascolta, ogni tanto serve una pausa, ogni tanto una spiegazione.

Forse è proprio per questo che il mito sembra meno monumentale. Non perde importanza, però torna a essere qualcosa che passa da una voce all’altra, e questa dimensione orale rende il libro più caldo di quanto potrebbe sembrare.

Quello che mi è rimasto

Mi è rimasta soprattutto l’immagine di una stanza che si apre sul mondo. Prima c’erano i gesti quotidiani, la casa, le regole, ora ci sono storie che vengono da lontano e attraversano secoli.

Questa trasformazione mi sembra molto bella, perché la casa non scompare, però smette di essere un confine chiuso, diventa il punto da cui il mondo comincia ad allargarsi.

Mi è rimasta anche l’idea che raccontare sia un gesto educativo molto diverso dal correggere. Chi racconta non consegna solo informazioni, offre tempo, attenzione, presenza, e chi ascolta non resta passivo, perché entra nella storia, la interrompe, chiede, immagina.

È una scena semplice, quasi domestica, ma dentro passa tantissimo.

Cosa mi ha convinta meno

A tratti il libro corre, la materia è enorme e si sente. Alcune figure attraversano la pagina troppo velocemente, almeno per il mio gusto di lettrice adulta, e avrei voluto fermarmi di più su certi personaggi, capire meglio una paura, un’esitazione, un desiderio.

Però credo che il progetto di Orvieto non fosse quello di scavare tutto. Il libro sembra voler offrire una prima grande mappa, un ingresso dentro un mondo vasto, senza pretendere di chiudere ogni storia in un’analisi definitiva.

Resta ogni tanto il desiderio di più ombra, più ambiguità, più spazio per certe figure, ma forse è anche una richiesta mia, da lettrice adulta, non necessariamente un limite vero del testo.

Lo consiglierei oggi

Sì, soprattutto in lettura condivisa. Lo vedrei bene dagli otto anni, forse anche un po’ prima se la bambina o il bambino è abituato ad ascoltare storie lunghe, piene di nomi, intrecci e destini che si incrociano.

Letto da solo, oggi potrebbe risultare distante in alcuni passaggi, perché alcune parole, alcuni riferimenti e alcuni nomi chiedono una mano. Però quella mano può diventare parte dell’esperienza, ci si può fermare, spiegare, tornare indietro, chiedere cosa si è capito, immaginare perché un personaggio agisca in un certo modo.

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