Ho continuato il mio viaggio nei libri di Bridgerton con Il visconte che mi amava, il secondo romanzo della serie di Julia Quinn, dedicato ad Anthony Bridgerton e Kate Sheffield.

Avevo già visto la seconda stagione della serie, quindi pensavo di conoscere almeno la struttura principale della storia. Invece, durante la lettura, ho avuto spesso la sensazione di trovarmi davanti a un’altra versione dello stesso universo. I nomi sono gli stessi, la famiglia è la stessa, anche alcune dinamiche di partenza sono riconoscibili ma i personaggi, i conflitti e soprattutto il tono del romance cambiano moltissimo. È quasi come leggere una storia parallela.

Il libro mi è piaciuto. È leggero, tenero, molto fluido. Un romance rosa nel senso più pieno del termine, capace di creare una lettura confortevole senza chiedere al lettore uno sforzo emotivo troppo grande.

Non mi ha sconvolta, non mi ha trascinata dentro un abisso, però mi ha accompagnata bene.

La trama

Anthony Bridgerton ha deciso che è arrivato il momento di sposarsi. Non cerca il grande amore e, anzi, sembra intenzionato a evitare qualsiasi coinvolgimento troppo profondo.

Quando sceglie la giovane che considera più adatta, però, deve fare i conti con Kate, la sorella maggiore di lei. Kate conosce la reputazione di Anthony e non ha nessuna intenzione di fidarsi facilmente.

Tra i due nasce subito uno scontro fatto di provocazioni, giudizi, conversazioni taglienti e una certa incapacità di restare indifferenti l’uno all’altra. Naturalmente, da qualche parte dentro questa irritazione, comincia a crescere qualcosa di diverso.

Un’altra storia rispetto alla serie

La differenza rispetto alla seconda stagione è enorme. Non si tratta soltanto delle normali modifiche di un adattamento, la serie e il libro costruiscono due percorsi emotivi molto diversi.

Nella serie la passione tra Anthony e Kate è viscerale, esasperata, quasi soffocante. Ogni sguardo sembra contenere qualcosa che non può essere detto, il desiderio cresce dentro il divieto, il senso di colpa e il conflitto familiare.

Nel libro tutto è più morbido, la passione resta intensa ma si sviluppa con più naturalezza e meno distruzione attorno. C’è più spazio per la vicinanza, per le conversazioni, per quella familiarità che si crea quasi contro la volontà dei personaggi.

La serie mi ha lasciato addosso una tensione molto più forte. Il libro mi ha lasciato soprattutto una sensazione di dolcezza.

Non credo che una versione sia necessariamente migliore dell’altra, funzionano su frequenze diverse. La serie vuole farci soffrire insieme ai personaggi, mentre il libro sembra più interessato al piacere di guardarli avvicinarsi.

Due Anthony diversi

Anche Anthony cambia moltissimo. Nel libro viene presentato come un libertino ma nel rapporto con Kate mi è sembrato molto più dolce rispetto alla sua versione televisiva. Resta testardo, autoritario e convinto di poter organizzare la propria vita come un progetto razionale, però è anche più disponibile, più tenero, meno emotivamente chiuso.

L’Anthony della serie vive costantemente sotto il peso del dovere, dove ogni sentimento sembra minacciare l’equilibrio che ha costruito per sé e per la famiglia.

Quello del libro appare più vicino all’amore ancora prima di riuscire a riconoscerlo. Sono due personaggi con lo stesso nome, lo stesso ruolo familiare e alcune paure simili, ma non riesco davvero a considerarli la stessa persona.

E forse va bene così, l’Anthony della serie non funzionerebbe dentro la leggerezza del romanzo. Quello del libro scioglierebbe troppo rapidamente la tensione della serie.

Kate

Anche Kate mi è sembrata molto diversa. Nella serie è più dura, più sicura, più controllata. La sua vulnerabilità esiste ma viene protetta da una corazza molto forte. È abituata a prendere decisioni, a sostenere la famiglia e a non mostrare facilmente ciò che desidera.

Nel libro è più fragile. Kate è intelligente, ironica, capace di rispondere ad Anthony e di metterlo in difficoltà, allo stesso tempo è anche profondamente insicura. In certi momenti mi ha ricordato Daphne, perché possiede una certa indipendenza nel modo di parlare, ma resta più ingenua e condizionata dalle aspettative romantiche di quanto sembri all’inizio.

Una parte importante della sua insicurezza nasce dal confronto con Edwina. Kate è abituata a essere la sorella intelligente e responsabile, mentre Edwina è quella che viene considerata bella, delicata e naturalmente desiderabile.

Questa insicurezza mi ha commossa, perché non appartiene soltanto al contesto storico del romanzo. Le donne vengono continuamente messe a confronto. Una è più bella, una è più elegante, una viene scelta, un’altra deve imparare a stare accanto. Anche quando nessuna di loro ha chiesto di partecipare a questa competizione.

Kate ha interiorizzato quello sguardo. Fa fatica a vedersi come qualcuno che possa essere desiderato senza riserve. È doloroso proprio perché lei ha tantissimo da offrire.

Il mio problema non è l’insicurezza di Kate. Quella l’ho capita e, in parte, l’ho sentita molto vicina. Il problema è che il romanzo passa molto tempo a mostrarla attraverso il desiderio di essere amata.

Kate è intelligente, sagace, divertente. Sa leggere le persone, sa proteggere chi ama, sa tenere testa ad Anthony. Però gran parte del suo fascino emerge soltanto quando è accanto a lui.

Avrei voluto vederla vivere di più fuori dalla relazione. Avrei voluto che la sua intelligenza, la sua curiosità e la sua presenza avessero uno spazio autonomo. Che Anthony potesse innamorarsi anche osservandola essere interessante nel mondo, non soltanto attraverso i loro scontri o attraverso la vulnerabilità che nasce tra loro.

Mi sarebbe piaciuto un piccolo tocco da Miss Bee. Non nel senso di trasformare Kate in un’altra protagonista. Pensavo piuttosto a quella sensazione di una donna che possiede una vita mentale propria, una curiosità che continua a muoversi anche quando l’uomo amato non è presente.

Kate aveva già questa potenzialità. Il libro, però, non sempre sembra interessato a seguirla. E questo mi ha lasciato un po’ insoddisfatta, perché lei era troppo interessante per restare così legata al ruolo della donna che aspetta di essere amata.

Edwina

Invece la Edwina del libro mi è piaciuta più di quella della serie. Mi è sembrata più lucida, più consapevole di ciò che vuole e meno prigioniera dell’immagine costruita attorno a lei.

Non è soltanto la sorella bella o la giovane perfetta della stagione. Ha preferenze, desideri e una certa capacità di osservare le persone attorno a sé. Mi è piaciuto anche il modo in cui il libro protegge il rapporto tra le sorelle. La loro relazione non viene sacrificata completamente al conflitto romantico.

Edwina riesce a essere parte della storia senza diventare soltanto un ostacolo. È meno centrale rispetto alla serie, ma forse proprio per questo mi è sembrata più libera.

La scrittura di Julia Quinn

Anche questo secondo libro conferma l’impressione che avevo avuto leggendo Il duca e io.

Julia Quinn scrive in modo semplice, diretto e molto fluido. Le pagine scorrono senza fatica. I dialoghi hanno ritmo e la narrazione non si perde in descrizioni troppo lunghe. È una scrittura di compagnia.

La struttura del romance è prevedibile, ma la prevedibilità non rovina necessariamente il piacere. Fa parte dell’accordo tra il libro e il lettore. Sappiamo più o meno dove la storia vuole arrivare e continuiamo a leggere per osservare il percorso, per stare con i personaggi e per tornare dentro il caos affettuoso della famiglia Bridgerton.

Alla fine

Il visconte che mi amava è stata una lettura piacevole, scorrevole, capace di creare quella sensazione di conforto che ormai associo alla scrittura di Julia Quinn.

Mi ha sorpresa soprattutto la distanza dalla serie. Pensavo di ritrovare una storia già conosciuta, invece ho incontrato personaggi più morbidi, meno tormentati, inseriti in un romance che preferisce la tenerezza alla tensione continua.

Forse proprio per questo il libro mi ha coinvolta meno sul piano emotivo, ma mi ha anche permesso di osservare Kate e Anthony da un’altra prospettiva. Lui mi è sembrato più dolce, lei più fragile, Edwina più consapevole.

Resta però il mio desiderio di vedere Kate occupare più spazio fuori dall’amore. La sua insicurezza è credibile e dolorosa, ma la sua intelligenza, la sua sagacia e il suo fascino avrebbero meritato una vita più ampia dentro la storia.

Alla fine mi è rimasta una sensazione tenera, insieme a una piccola insoddisfazione. Ho apprezzato il libro per quello che è, un romance rosa leggero, confortevole e senza grandi abissi, anche se avrei voluto che si fidasse un po’ di più della sua protagonista.

Secondo Bridgerton ufficialmente concluso.

3 risposte a “Il visconte che mi amava”

  1. Credo anche io che i due prodotti non debbano necessariamente sovrapporsi. Sono piacevoli intrattenimenti e va bene così in entrambi i casi.

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    1. Sì, alla fine penso sia proprio questo il modo migliore di prenderli! Il libro e la serie raccontano quasi due versioni diverse della stessa storia, e il bello è anche vedere come cambiano i personaggi e il tono. Mi sono divertita con entrambi, semplicemente in modi diversi

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  2. […] aver letto Il visconte che mi amava, avevo voglia di tornare alla seconda stagione di Bridgerton con il libro ancora fresco in testa, […]

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