Ho iniziato finalmente i libri di Bridgerton, e mi sembrava giusto partire proprio dall’inizio, con Il duca e io di Julia Quinn.

Avevo già visto la serie, quindi la lettura è stata anche una specie di piccolo esperimento parallelo. Volevo capire cosa cambia quando una storia passa dalla pagina allo schermo, quando diventa immagine, musica, abiti, sguardi, ritmo visivo. E con Bridgerton questo conta tantissimo, perché la serie ha un potere estetico enorme. Ti prende dagli occhi prima ancora che dalla trama.

Il duca e io si legge con una facilità quasi sospetta. È uno di quei libri in cui capisci abbastanza presto dove stai andando, senti già la forma del romance, intuisci che il percorso sarà prevedibile e che i conflitti non ti trascineranno in un abisso emotivo troppo profondo. E questa prevedibilità, curiosamente, non mi ha infastidita davvero. A un certo punto diventa parte del piacere. C’è qualcosa di molto confortevole nel modo in cui la storia si muove, come se il romanzo ti chiedesse solo di lasciarti accompagnare.

La trama

La trama segue Daphne Bridgerton e Simon Basset, duca di Hastings. Lei è entrata nel mercato matrimoniale londinese, dentro un mondo in cui le donne vengono educate quasi soltanto per trovare marito, piacere nel modo giusto, farsi scegliere senza sembrare troppo desiderose di esserlo. Lui è lo scapolo impossibile della stagione, chiuso, brillante, tormentato da un rapporto terribile con il padre.

I due fanno un accordo. Fingeranno di essere interessati l’uno all’altra. Daphne diventerà più desiderabile agli occhi della società e Simon potrà sfuggire alle madri aristocratiche che vogliono sistemarlo a ogni costo. Naturalmente, in mezzo alla recita, qualcosa comincia a sembrare vero, e il gioco sociale finisce per trasformarsi in qualcosa di più intimo, più pericoloso, anche più tenero.

Una Daphne più umana

Nel libro Daphne mi è sembrata più umana che nella serie, meno perfetta, meno costruita come la ragazza più desiderabile di tutte. Qui sbaglia di più, è ingenua in certi momenti, impulsiva in altri, a volte proprio confusa, e questa sua imperfezione me l’ha fatta sentire più vicina.

Ha esitazioni, limiti, piccole goffaggini emotive. Mi è piaciuto vederla così, meno lucidata, meno immagine, più ragazza dentro un sistema che le chiede continuamente di essere graziosa, controllata, desiderabile e adatta al matrimonio.

Anche la relazione con Simon funziona in modo diverso rispetto alla serie. Sullo schermo la tensione è molto più fisica, più visiva, più intensa, costruita dagli attori, dalla regia, dagli sguardi e da quella specie di elettricità continua tra i corpi. Nel libro la chimica nasce soprattutto dalle conversazioni.

Daphne e Simon si provocano, ridono, si osservano, si divertono insieme. Prima ancora del desiderio, c’è una complicità leggera, e secondo me questa è una delle cose più riuscite del romanzo. Il rapporto funziona quando li vediamo stare bene insieme, quando la finzione comincia a incrinarsi perché, semplicemente, passare tempo insieme diventa piacevole.

La scrittura di Julia Quinn

Julia Quinn scrive in modo semplice, diretto, molto fluido. Non cerca continuamente la frase elegante, non si perde in descrizioni infinite, non sembra interessata a dimostrare raffinatezza a ogni pagina. La sua scrittura sembra pensata per farti avanzare senza fatica, quasi senza accorgerti delle pagine.

È una letteratura di compagnia, e lo dico senza disprezzo. C’è qualcosa di onesto in un libro che vuole intrattenere, confortare, creare una bolla narrativa abitabile. Certo, in alcuni punti ho sentito la storia allungarsi un po’, con situazioni che continuano anche quando emotivamente avevano già detto quello che dovevano dire, però la lettura resta piacevole, anche nei momenti meno necessari.

La famiglia Bridgerton

La parte migliore, per me, resta la famiglia. I fratelli Bridgerton danno vita alla storia, si prendono in giro, si interrompono, creano imbarazzi, arrivano nei momenti meno opportuni. C’è un caos affettuoso molto riuscito, una casa piena, rumorosa, invadente, ma calda.

Ed è lì che si capisce perché questo universo funziona così bene. La saga vive anche, forse soprattutto, di questa fantasia di appartenenza. Non solo il grande amore romantico, ma una rete familiare presente, fastidiosa, protettiva, piena di persone che commentano troppo e allo stesso tempo rendono tutto più vivo.

Il passato visto da oggi

Mi interessa sempre osservare come il romance storico contemporaneo usa il passato. Il duca e io è ambientato nel periodo Regency inglese, ma non cerca davvero un realismo storico rigoroso. Il passato viene filtrato attraverso una sensibilità molto più moderna, soprattutto nel modo in cui i personaggi parlano dei sentimenti.

Eppure la limitazione sociale delle donne resta molto visibile. Il matrimonio non appare solo come scelta romantica. È destino sociale, quasi obbligo. Una donna esiste pubblicamente dentro quella logica, viene osservata, valutata, misurata in base alla possibilità di diventare moglie. La serie, secondo me, a volte riesce a guardare questa struttura con più consapevolezza critica rispetto al libro, mentre il romanzo sembra più interessato al conforto della fantasia romantica.

La scena difficile

E poi c’è una scena che oggi è impossibile ignorare.

La questione del consenso tra Daphne e Simon mi ha disturbata molto. Davvero molto. E qui non riesco, né voglio, addolcire la cosa. La scena è problematica, il gesto di Daphne è grave, e il modo in cui il romanzo lo assorbe dentro la crisi della coppia mi ha lasciata con un disagio enorme.

Il punto, per me, non è solo ciò che accade, ma il modo in cui la narrazione lo tratta. Fino a quel momento il libro sembrava costruito sulla fiducia, sulla vulnerabilità, sull’intimità che cresce poco a poco. Quando quella scena arriva, qualcosa si rompe. Non è una piccola incomprensione coniugale, non è solo un momento difficile tra due persone ferite. È una violazione del consenso, e leggerla oggi senza nominarla per quello che è mi sembra impossibile.

Quello che mi ha irritata di più è che il romanzo non sembra disposto a guardare davvero la frattura che crea. La storia continua, il romance prova a ricucirsi, ma per me il patto emotivo era già stato compromesso. E credo sia stato questo il motivo principale per cui ho finito la lettura con una sensazione più tiepida, più diffidente, meno disponibile all’incanto.

Il duca e io è stato pubblicato nel 2000, e si sente. Le discussioni sul consenso, soprattutto dentro il romance commerciale, circolavano in modo diverso, e questo aiuta a capire il contesto in cui il libro è stato scritto. Ma capire il contesto non significa passare sopra la scena, né trasformare il disagio in una nota a piè di pagina.

Questa distanza temporale, semmai, rende la lettura più interessante e più scomoda. A volte certe opere invecchiano lasciando vedere le crepe culturali del momento in cui sono nate. Qui la crepa è grande. E leggerla oggi significa anche riconoscere che una scena pensata per generare conflitto romantico finisce per aprire una questione etica molto più seria di quanto il romanzo sembri disposto ad affrontare.

Alla fine

Alla fine, Il duca e io mi è sembrato un libro confortevole, fluido, prevedibile, a tratti quasi ingenuo nel modo in cui organizza i conflitti. Funziona quando cria calore, quando deixa Daphne e Simon conversare, quando mostra la famiglia Bridgerton in tutto il suo caos affettuoso, quando Julia Quinn accompagna il lettore senza pesantezza.

Ma quella scena pesa. Pesa tanto.

Per questo non è stata una lettura perfetta, e nemmeno una lettura che riesco a ricordare solo con tenerezza. È stata una lettura divisa, piacevole in molte parti, disturbante in una parte centrale, e proprio per questo più complicata di quanto immaginassi.

Ora voglio rivedere la prima stagione con il libro fresco in testa, perché già sento che alcune differenze saranno molto interessanti. E credo anche che, in vari punti, la serie abbia saputo migliorare il materiale originale, soprattutto nel potere di incanto e forse anche nella consapevolezza di certe tensioni.

Primo Bridgerton ufficialmente concluso.

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