Entrare in Il giornalino di Gian Burrasca dopo Ciuffettino mi ha fatto sentire subito un cambiamento forte. Con Yambo c’era ancora il gusto dell’avventura, dello spostamento, del fuori. Con Vamba, invece, l’infanzia entra in stanze molto più vicine. La casa, la scuola, la famiglia, i parenti, le buone maniere, le punizioni.

È un mondo normale, e forse proprio per questo mi ha messa più a disagio. Giannino non si muove in uno spazio fantastico o lontano. Si muove dentro luoghi riconoscibili, pieni di regole dette e non dette. Basta che prenda una frase alla lettera, che segua un ordine a modo suo, che tocchi una convenzione senza capirne il peso, e tutto salta.

Il libro nasce in un’epoca in cui l’infanzia era pensata soprattutto come qualcosa da formare. Da correggere. Da rendere docile, in fondo. Letto oggi, questo si sente moltissimo. Gli adulti hanno quasi sempre l’ultima parola, anche quando sembrano fragili, vanitosi, incoerenti. Giannino, invece, ha la parola del diario. Ed è una parola vivissima, caotica, spesso irritante.

All’inizio mi interessava soprattutto questo. Il bambino che, senza volerlo sempre, mette in crisi il mondo adulto. Poi però durante la lettura mi è rimasto addosso anche altro. Giannino non è solo una voce che disturba l’ordine e ne mostra le crepe. È anche costruito con tratti pesanti. Il bambino maschio ingestibile, distruttivo, furbo, sempre sospetto, quasi sempre colpevole prima ancora di essere capito.

E questa cosa oggi pesa. Perché fa ridere, sì, ma non sempre in modo innocente. A volte sembra che il comico nasca proprio dall’idea del bambino come piccolo pericolo domestico. Una forza da contenere, da correggere, da sorvegliare.

Per questo il libro mi è sembrato meno semplice di quanto ricordassi o immaginassi. Non riesco a leggerlo solo come un classico comico. Mi sembra un testo pieno di attrito. Da una parte mostra adulti ridicoli, punitivi, preoccupati dalle apparenze. Dall’altra affida a Giannino una quantità enorme di comportamenti che possono confermare proprio le paure peggiori degli adulti sui bambini.

Trama

Il romanzo segue Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, attraverso il suo diario. Lui racconta la vita in famiglia, la scuola, i rimproveri, le punizioni, le marachelle, i litigi e tutti quei piccoli disastri che, nelle sue mani, diventano enormi.

Molti episodi funzionano grazie a uno scarto. Gli adulti parlano per frasi fatte, regole implicite, ordini mezzi detti. Giannino prende tutto in modo diretto, o lo piega alla sua logica. Da lì nasce il caos.

Questa logica, però, non è sempre tenera. Ci sono momenti in cui Giannino non sembra soltanto ingenuo. A volte provoca, insiste, danneggia, manipola. In alcune scene, soprattutto lette oggi, la sua energia diventa disturbante. Non è solo vitalità infantile. O almeno, non sempre.

E qui la lettura si complica. Perché da un lato il mondo degli adulti appare spesso sproporzionato. Punisce, umilia, reagisce più per orgoglio e convenienza che per reale ascolto. Dall’altro, Giannino non è semplicemente un bambino incompreso. Fa cose difficili da assolvere, anche tenendo conto dell’epoca e del tono comico.

Mi ha colpita proprio questa oscillazione. Il libro sembra chiederti di ridere del caos che Giannino produce, ma ogni tanto quel caos lascia una sensazione più amara. Come se dietro la marachella ci fosse anche un’immagine molto dura dell’infanzia.

Movimento

Dentro la letteratura italiana per l’infanzia, Gian Burrasca sta in una posizione interessante. Viene dopo una tradizione in cui i libri per bambini avevano spesso una funzione educativa molto visibile. Dovevano orientare, correggere, formare.

Il confronto con Pinocchio viene quasi spontaneo. Anche lì c’è un bambino irregolare, disobbediente, difficile da governare. Però Pinocchio tende verso una trasformazione finale. Deve imparare qualcosa, diventare altro. Giannino no, o almeno non davvero. Il sistema prova a correggerlo, ma lui resta lì, vivo e ingestibile.

Questa cosa mi interessa, perché rende il libro meno chiuso nella morale. Giannino non diventa il bambino perfetto. Non viene del tutto normalizzato. Però, allo stesso tempo, resta quasi prigioniero del suo ruolo. È sempre quello che rompe, disturba, esagera. Il bambino impossibile.

Rispetto a Ciuffettino, il cambiamento è netto. Yambo portava l’infanzia verso l’avventura e il fantastico. Vamba la riporta dentro il quotidiano borghese. Il conflitto non ha bisogno di mondi lontani. Sta già in salotto, in classe, a tavola, nei rapporti familiari.

Per questo lo sento come un libro di passaggio. Conserva ancora un legame forte con l’idea educativa della letteratura per l’infanzia, però la incrina dall’interno. Il bambino non è soltanto qualcuno da correggere. È anche qualcuno che guarda, fraintende, disturba, rivela.

Ma questa rivelazione non è pulita. Giannino parla in prima persona, e questo gli dà spazio. Però non basta a renderlo automaticamente una figura liberatoria. La sua voce può mettere in crisi gli adulti, certo. Può anche portarsi dietro uno sguardo adulto molto duro sui bambini.

Stile

La forma del diario è la cosa che regge tutto. Non c’è un narratore adulto che ordina gli episodi o ci dice esattamente cosa pensare. C’è Giannino, con la sua voce rapida, piena di energia, di equivoci, di giustificazioni, di convinzioni tutte sue.

Questo crea un effetto molto vivo. Noi leggiamo quello che lui pensa di aver capito, ma vediamo anche quello che gli sfugge. Vediamo gli adulti quando si contraddicono, quando si offendono, quando difendono più le apparenze che la giustizia. E vediamo anche Giannino quando si racconta senza rendersi conto di quanto possa risultare inquietante.

L’ironia nasce spesso da lì. Dal fatto che lui racconta con naturalezza cose assurde. A volte questa naturalezza è buffa. Altre volte, meno. Più andavo avanti, più sentivo che il tono comico copriva qualcosa di ruvido.

La scrittura è veloce, vicina al parlato, piena di ritmo. Gli episodi si inseguono e rendono Giannino molto presente. Non è un personaggio costruito per piacere. È irritante, eccessivo, a tratti insopportabile. Questo lo rende memorabile, ma anche difficile da maneggiare oggi.

Mi è piaciuta la vitalità del testo. Non è un libro fermo, non è ingessato. Però quella stessa vitalità, quando diventa sempre distruzione, sempre caos, sempre danno, finisce per lasciare una domanda scomoda. Che idea di bambino sta davvero portando avanti?

Cosa mi è rimasta

Mi è rimasta una sensazione doppia. Da una parte il libro diverte. Ha ritmo, ha energia, ha scene che funzionano ancora. Dall’altra mi ha lasciata spesso a disagio.

All’inizio pensavo soprattutto agli adulti. Alla loro durezza, alla loro vanità, al modo in cui sembrano incapaci di vedere qualcosa oltre il disordine che Giannino provoca. Poi però mi sono accorta che il disagio non veniva solo da loro. Veniva anche dal modo in cui Giannino stesso è costruito.

Il libro mostra adulti fragili e punitivi, ma mostra anche un bambino che sembra confermare continuamente le loro paure. E questa cosa non è neutra. Perché certe immagini dell’infanzia non restano nei libri. Assomigliano a giudizi veri, a sospetti veri, a modi veri con cui tanti bambini sono stati guardati e trattati.

Forse è questo che mi ha colpita di più. Gian Burrasca continua a parlare, ma non perché sia semplicemente moderno. Continua a parlare perché tocca un nodo ancora aperto, il modo in cui una società decide quali bambini meritano ascolto e quali vengono letti subito come problema.

Cosa mi ha convinta meno

A un certo punto ho sentito il peso della ripetizione. Il meccanismo degli episodi diventa riconoscibile. Giannino fraintende, agisce, combina un disastro, poi arrivano rimprovero e punizione. Funziona, ma dopo un po’ si vede la struttura.

Mi è mancato anche più spazio emotivo. Alcune punizioni, alcune umiliazioni, alcune reazioni degli adulti passano velocemente, assorbite dal tono comico. Letto oggi, questo può lasciare una sensazione strana.

Ma mi è mancata anche più profondità su Giannino. Il diario lo fa parlare tanto, eppure non sempre lo fa sentire davvero. Lo conosciamo attraverso ciò che fa, attraverso il caos che produce, più che attraverso paure, solitudini, ferite. E quando un bambino viene raccontato quasi solo tramite il danno che provoca, qualcosa si irrigidisce.

La mia esperienza

Leggere Gian Burrasca dopo Ciuffettino mi ha fatto sentire il passaggio dall’avventura esterna al quotidiano. Con Yambo c’era il fuori, il movimento, la fantasia. Con Vamba c’è il dentro. La casa, la scuola, la famiglia. E quel dentro è molto meno innocuo di quanto sembri.

Durante la lettura mi sono sentita spesso divisa. Ridevo, perché il libro ha davvero una forza comica. Però provavo anche fastidio. Per gli adulti, certo. Per la loro incapacità di ascoltare. Ma anche per Giannino, o meglio, per quello che Giannino finisce per rappresentare.

Non credo che un bambino debba essere simpatico, buono o edificante per essere interessante. Anzi. Però qui il rischio è un altro. Che il bambino difficile diventi quasi una categoria chiusa. Un piccolo colpevole permanente. Uno da cui aspettarsi sempre il peggio.

E questo, oggi, mi sembra il punto più delicato. Perché Giannino può essere letto come una figura comica, ma anche come una figura che porta dentro molte paure adulte. Fa ridere e disturba. A volte nello stesso momento.

Lo consiglierei a un bambino oggi

Sì, ma non lo lascerei lì da solo come “classico divertente”.

Lo leggerei insieme, o comunque lo accompagnerei. Parlerei delle punizioni, dell’autorità, degli adulti che sbagliano. Ma parlerei anche di Giannino. Di cosa significa rappresentare un bambino come sempre eccessivo, sempre colpevole, sempre pronto a distruggere qualcosa.

Può essere un libro utile proprio perché non è innocuo. Può aprire discorsi sulla scuola, sulla famiglia, sull’obbedienza, sulla libertà, sugli stereotipi. Può far vedere che gli adulti non hanno ragione solo perché sono adulti. Ma può anche far discutere su come certi bambini vengano giudicati prima ancora di essere capiti.

Alla fine, Gian Burrasca mi resta così. Vivo, veloce, comico, ma anche molto scomodo. Un libro che mette in crisi il mondo adulto, e insieme porta dentro alcune delle sue paure peggiori sull’infanzia.

Forse il motivo per cui vale ancora la pena leggerlo sta proprio qui. Non perché sia innocente, ma perché costringe a guardare meglio ciò che fa ridere, ciò che ferisce, e ciò che una società decide di chiamare bambino difficile.

3 risposte a “Il giornalino di Gian Burrasca”

  1. Questo libro è per me il male assoluto. Con la scusa della narrazione del protagonista, Vamba riversa tutti gli stereotipi che le persone adulte avevano (e, anche se in minor misura, hanno ancora oggi), sui bambini, specialmente di genere maschile. Giannino è uno psicopatico, incapace di empatia, criminale, dedito alla distruzione di persone e animali (big red flag) e alla manipolazione delle persone adulte. La cosa più preoccupante, è che non lo fa senza pensare, come dici tu ha una sua logica, estremamente malata. E ho ritrovato troppi sterotipi verso l’infanzia, ancora oggi interiorizzati, specialmente nella popolazione più anziana, soprattutto durante la mia infanzia, dove venivo accusato solo per il fatto di esistere, ma davano per scontato che, quando non vedevano, ero peggio di giovannino. Ed erano spesso persone sconosciute, o semisconosciute. Gianburrasca è uno dei peggiori libri che abbia mai letto, mi ha fatto stare letteralmente male emotivamente, causandomi nausea.

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  2. Mi ritrovo nella doppia lettura che ne hai fatto, dà voce con buffa comicità ai pensieri di un bambino e mette a nudo l’ipocrisia di una certa educazione. Mi incuriosisce l’idea di rileggerlo più di 50 dopo!

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  3. Esempio perfetto di come una lettura apparentemente innocua possa nascondere molte insidie! Bravissima come sempre, cara Tamiris 👏🏻👏🏻

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