Dopo aver letto Il duca e io, avevo voglia di tornare alla prima stagione di Bridgerton con gli occhi un po’ diversi. Ho capito abbastanza presto che Bridgerton non è una serie che funziona per realismo. Funziona per seduzione.
Ti prende con i colori, con la musica, con gli abiti impossibili, con quelle case enormi illuminate come se ogni stanza fosse pronta per una scena romantica importantissima. È tutto esagerato, lucidissimo, quasi artificiale. Eppure mentre la guardavo continuavo a pensare che fosse davvero difficile resisterle.
La colonna sonora
La scelta di usare versioni strumentali di canzoni contemporanee resta una delle cose più intelligenti della serie. Sulla carta poteva sembrare una trovata un po’ kitsch, invece crea un’atmosfera stranissima e bellissima.
Durante le scene dei balli succede qualcosa. Le danze diventano quasi il centro emotivo della stagione. Gli sguardi, i movimenti, le mani che si sfiorano, la tensione costruita attraverso la musica. Ci sono momenti in cui Bridgerton sembra sapere perfettamente di essere una fantasia romantica e decide di spingere quella fantasia fino in fondo.
La famiglia Bridgerton
Una delle ragioni per cui la serie è così piacevole da guardare è la famiglia Bridgerton stessa. Hanno un’energia molto naturale insieme. Si interrompono, scherzano, fanno confusione, invadono continuamente gli spazi degli altri.
C’è qualcosa di molto confortante in quella casa piena di persone che parlano troppo e si intromettono in tutto. Alla fine non è solo la storia d’amore a rendere la serie coinvolgente. È anche questa idea di famiglia calda, affettuosa, sempre presente.
Daphne e Simon
Daphne nella serie mi è piaciuta meno rispetto al libro. Qui appare più perfettina, più composta, quasi un po’ distante in certi momenti. Capisco che il personaggio viva sotto una pressione enorme, perché tutto il suo mondo ruota intorno all’essere scelta, desiderata, impeccabile. Però emotivamente l’ho sentita meno vicina.
Simon invece funziona molto meglio sullo schermo. E sì, chiaramente Regé-Jean Page ha un carisma assurdo. La serie costruisce il personaggio attorno alla presenza fisica, agli sguardi, alla tensione continua. È uno di quei casi in cui l’adattamento riesce a rendere un personaggio più magnetico di quanto fosse sulla pagina.
Una fantasia Regency pop
La cosa che trovo interessante è che Bridgerton non prova nemmeno davvero a sembrare storicamente rigorosa. È Regency trasformato in fantasia pop.
La serie prende il passato e lo filtra attraverso una sensibilità completamente contemporanea. I dialoghi, il ritmo, la musica, il modo in cui i personaggi vivono il desiderio. Tutto appartiene molto più al nostro immaginario romantico moderno che al vero Ottocento inglese.
E sinceramente credo sia proprio questo il motivo del suo successo.
La parte difficile
C’è però una cosa che continua a pesarmi anche nella serie, ed è la questione del consenso tra Daphne e Simon.
Quella scena mi mette ancora molto a disagio. Perché fino a quel momento la stagione aveva costruito il rapporto tra loro attraverso desiderio, vulnerabilità e fiducia reciproca. Quando succede, qualcosa si rompe davvero.
La serie prova a trasformare tutto in crisi romantica e riconciliazione emotiva, ma per me resta una frattura molto più seria di quanto la narrazione sembri voler affrontare.
La mia esperienza guardandola
Alla fine Bridgerton per me resta una serie confortante, superficiale in tanti punti, prevedibile, completamente fantasiosa, ma incredibilmente facile da divorare.
È una di quelle serie che ti fanno venire voglia di restare dentro quell’universo ancora un altro episodio, ancora un altro ballo, ancora un’altra scena piena di candele e tensione romantica.
E onestamente capisco perfettamente perché sia diventata un’ossessione collettiva.




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