Dopo L’amico fedele avevo ancora voglia di stare dentro la scrittura di Sigrid Nunez, c’è qualcosa nel modo in cui scrive che mi piace molto. Lei parte piano, quasi come se stesse solo conversando, poi una frase, una digressione, un pensiero apparentemente laterale e ti ritrovi in un punto molto più profondo.
Non è una scrittura che ti prende per il braccio e ti dice “adesso devi commuoverti”. Parla di solitudine, vecchiaia, animali, amicizia, letteratura, perdita ma lo fa con una naturalezza che mi lascia spazio. Da lettrice, questa cosa per me conta.
La trama
La protagonista si trova a vivere i primi mesi della pandemia a New York, in quel tempo stranissimo in cui le città sembravano vuote ma anche piene di paura. Per una serie di circostanze, mette il proprio appartamento a disposizione di una dottoressa e accetta di trasferirsi temporaneamente nella casa di una conoscente rimasta bloccata lontano da New York. Il compito è prendersi cura di Eureka, un pappagallo vivace, rumoroso, intelligente, molto meno decorativo di quanto uno potrebbe pensare.
Poi entra in scena Vetch, il ragazzo che prima di lei si occupava del pappagallo. È giovane, inquieto, arrabbiato, fragile in un modo diverso da quello della narratrice. E a quel punto il romanzo si sistema lì, in quell’appartamento, tra una donna, un ragazzo e un pappagallo. Sembra poco, raccontato così. E in effetti non succedono grandi cose, almeno non nel senso più tradizionale.
Però qualcosa succede. Solo che succede piano. Succede nel modo in cui queste tre presenze si disturbano, si osservano, si sopportano, a volte si avvicinano. La narratrice porta con sé la vecchiaia, la solitudine, la memoria, i libri. Vetch porta un disagio più giovane, più nervoso, almeno così l’ho sentito io, più legato a un futuro che sembra già compromesso. Eureka, invece, è Eureka. Dipende dagli esseri umani, sì, ma allo stesso tempo finisce per organizzare la vita di tutti intorno alla sua presenza. Sembra quasi che sia lui a tollerare loro, non il contrario.
La pandemia, purtroppo
La pandemia nel romanzo non è solo ambientazione. È proprio l’aria che si respira. Non tanto il Covid come cronaca, con il bisogno di raccontare tutto, i numeri, gli ospedali, le conferenze stampa. Nunez non fa questo. Per me è anche una scelta giusta, perché un romanzo che prova a raccontare tutta la pandemia rischia facilmente di diventare insopportabile.
Lei sceglie un interno. Un appartamento. Qualche corpo. Alcune abitudini. E da lì fa entrare il mondo. Le notizie, la paura, il tempo che si deforma, le giornate tutte uguali, quella sensazione assurda di essere sempre informati e comunque incapaci di capire davvero cosa stava succedendo.
Questa parte mi è sembrata molto vera. Non perché il romanzo riproduca la pandemia “com’era”, che poi ognuno l’ha vissuta in modo diverso, ma perché prende sul serio quella confusione mentale. Durante quei mesi si pensava così, credo. A pezzi. Una notizia, un ricordo, una frase letta da qualche parte, una paura improvvisa, una cosa pratica da fare, un animale da nutrire, una finestra da aprire.
Il modo in cui scrive Nunez
Nunez continua a scrivere in quella forma un po’ ibrida che secondo me è il suo punto forte e, per qualcuno, forse anche il suo limite. Romanzo, saggio, diario, memoria, conversazione. Le categorie non bastano del tutto, e va bene così.
La trama procede per deviazioni. La narratrice pensa, ricorda, cita, osserva. Ogni tanto sembra quasi allontanarsi dalla storia principale, poi torna. A me questo movimento piace, perché assomiglia a una mente che lavora davvero. Non sempre pensiamo in modo ordinato. Spesso ci avviciniamo alle cose girandoci intorno.
La sua scrittura è limpida, ironica, malinconica. Sembra semplice, ma non è mai banale. E soprattutto non ha quella pesantezza di certi romanzi che vogliono essere profondi a ogni costo. Nunez può parlare di vecchiaia, solitudine, crisi climatica, morte, letteratura, e poi infilare una nota buffa sul pappagallo o sulle stranezze della vita intellettuale. Questa oscillazione mi piace molto.
Eureka
Eureka è una delle cose migliori del libro. E lo dico senza voler trasformare il pappagallo in “personaggio adorabile”, perché sarebbe riduttivo. Eureka non è lì solo per farci tenerezza. Non è un trucco emotivo.
Come Apollo in L’amico fedele, ha una presenza vera. Occupa spazio. Fa rumore. Chiede attenzione. Scombina l’appartamento e anche l’idea che gli esseri umani hanno di sé stessi. Gli animali, quando sono scritti bene, fanno proprio questo. Ci ricordano che non tutto passa dal nostro linguaggio, dai nostri traumi, dalle nostre interpretazioni.
Mi piace che Nunez non trasformi gli animali in umani in miniatura. Eureka resta strano, opaco, vicino e lontano. Non lo possediamo mai del tutto come lettori, e credo sia giusto così. C’è una dignità in questa distanza.
La vulnerabilità
Il titolo è molto bello perché non riguarda solo chi è “debole” in modo evidente. Riguarda tutti. La narratrice, Vetch, Eureka, le persone fuori, la città, il futuro. Tutti dipendono da qualcosa o da qualcuno, anche quando fingono il contrario.
La pandemia ha reso questa cosa quasi impossibile da ignorare. Dipendiamo dai corpi degli altri, dal lavoro degli altri, dalle reti di cura, dagli spazi in cui viviamo, dagli animali che accudiamo e che, in un certo senso, accudiscono anche noi. Mi interessa che Nunez non trasformi questa idea in una morale zuccherosa. Non dice “siamo tutti fragili” come frase da tazza. Lo mostra dentro una convivenza scomoda, imperfetta, a tratti irritante.
Mi è piaciuto anche il rapporto tra la narratrice e Vetch. Lei appartiene a un’età che guarda il mondo attraverso i libri, i ricordi, una certa esperienza del tempo. Lui porta una rabbia diversa, più giovane, più legata all’idea di aver ereditato un mondo già danneggiato. Nunez non idealizza nessuno dei due. La vecchiaia non è automaticamente saggezza. La giovinezza non è automaticamente purezza. Si irritano, si fraintendono, ogni tanto si ascoltano. Come succede.
Cosa mi è piaciuto
Mi è piaciuta soprattutto la voce narrante. Nunez ha questa capacità di far pensare la pagina senza irrigidirla. Le riflessioni non sembrano appiccicate per fare profondità, entrano nel flusso della vita della protagonista. Un pensiero sulla letteratura può nascere accanto a una scena domestica. Una riflessione sulla vecchiaia può arrivare dopo un gesto minimo. È tutto abbastanza naturale.
Mi è piaciuto anche l’umorismo. Considerato che il romanzo è ambientato durante il lockdown, sarebbe stato facilissimo renderlo cupo, pesante, tutto chiuso nella gravità del momento. Invece no. C’è sempre qualche scarto, qualcosa di buffo, una piccola assurdità che rompe il tono. Eureka aiuta molto, ovviamente, ma non solo lui.
E poi mi è piaciuto il modo in cui il romanzo parla della cura. Prendersi cura di un pappagallo sembra una situazione quasi eccentrica, e lo è, ma proprio per questo funziona. Quando il mondo perde forma, anche un compito piccolo può diventare struttura. Nutrire qualcuno. Controllare che stia bene. Restare, in qualche modo, responsabili.
Cosa mi ha convinta meno
Rispetto a L’amico fedele, questo romanzo mi è sembrato meno compatto emotivamente. Lì c’era un centro fortissimo, il lutto, il cane, l’amico morto, quel legame impossibile da sciogliere. Qui tutto è più disperso. Più mentale. Più frammentato.
A me la digressione piace, quindi non l’ho vissuta come un problema enorme. Però si sente. In alcuni momenti le riflessioni sono più interessanti della trama, e forse non tutti hanno voglia di stare in un romanzo dove la trama sembra quasi fare un passo indietro.
Ogni tanto avrei voluto un po’ più di corpo nelle scene, un po’ più di attrito nei dialoghi, forse. Qualcosa che mi tenesse più attaccata alla convivenza concreta, non solo ai pensieri che le ruotano intorno. Però, allo stesso tempo, questa sospensione è anche molto Nunez. Prenderla o lasciarla, credo.
Com’è stato leggerlo
Leggere I vulnerabili dopo L’amico fedele mi ha fatta rientrare in una zona che riconosco e che mi piace. Quella in cui l’intelligenza non raffredda l’emozione, ma la accompagna con pudore. Non mi ha commossa nello stesso modo, questo no. L’amico fedele per me aveva una presa emotiva più immediata.
Qui invece ho sentito qualcosa di più inquieto, più legato al presente. Un romanzo meno compatto, ma poroso. Mi ha attraversata più per accumulo che per colpo diretto. La vecchiaia e la giovinezza che si guardano con diffidenza e bisogno. Gli animali che ci riportano al fatto che non siamo così autosufficienti. La compagnia che arriva per caso, non perché l’abbiamo scelta bene.
Mi è rimasta soprattutto questa idea della compagnia imperfetta. Una donna, un ragazzo e un pappagallo in un appartamento di Manhattan. Sembra quasi l’inizio di una commedia un po’ strana, e in parte lo è. Ma dentro c’è anche una domanda tenera, cosa facciamo quando il mondo si restringe e abbiamo comunque bisogno di qualcuno vicino?
A chi lo consiglierei
Lo consiglierei a chi ha amato L’amico fedele, ma senza aspettarsi lo stesso libro. Qui manca quel nucleo emotivo così forte, o almeno io l’ho sentito meno. I vulnerabili è più dispersivo, più riflessivo, più interessato a catturare uno stato mentale che a costruire una storia molto compatta.
Lo consiglierei a chi ama i romanzi che pensano, che citano, che deviano, che non hanno paura di fermarsi. A chi cerca una trama forte, forse no. O almeno non lo metterei in cima alla lista. Bisogna avere un po’ di disponibilità verso una narrazione che procede come una conversazione lunga, con pause, ricordi, deviazioni e ritorni.




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